Testo e fotografia Vincenzo Battista

“La grotta” è, per antonomasia, il drago – Lucifero, paradigma del male: lì abita, creatura mitico leggendaria, ma prima che questa si dilegui e, per come si sia insinuata da queste parti della montagna nella narrazione, si riconoscono le spire, gli artigli sulla roccia, la coda che ha smantellato la pietra che così si osserva nel suo lascito cruento. Il drago, sotto mentite spoglie, è il demone in cerca di un rifugio, nell’antro, lo trova, e aspetta. Sta per arrivare l’Arcangelo Gabriele che lo combatte con la spada e la lancia (la pittura da Giotto a Raffaello, a Guido Reni così lo rappresenta), sempre in agguato e, pertanto, l’Arcangelo è identificativo con il suo ruolo vincente, anche tra queste plaghe appenniniche dei bacini ellittici e carsici del Gran Sasso d’Italia. Nella sua metamorfosi Lucifero, il male, all’interno del paesaggio diffuso del Gran Sasso, è rappresentato dagli allevatori, idealmente, dai branchi di lupi, ( un tempo passato, non quelli che spelacchiati e impauriti si aggirano intorno alle discariche, che hanno mutato persino il loro comportamento nella piramide alimentare), dalle bufere improvvise il male, dal nevischio che toglie il respiro, sorprende, repentino, le mandrie al pascolo: il male; il male è la nebbia fitta, i punti di riferimento che scompaiono e la pioggia incessante tra le “Scoppie” e il monte “Carpesco”, tra le valli “Chiusola” e fonte “Chiusola”, lì , la grotta di San Michele Arcangelo è il caposaldo spirituale, il totem protettivo e primitivo, tanto che prende forma in una “Loccia”, cavità artificiale scavata nella montagna con il suo modello di grotta auto costruita dai pastori stanziali. L’antro del duello, lo scontro che si è consumato, la grotta espugnata, ma questo è il dopo dell’immemorabile lotta tra il bene e il male, ma prima le ataviche paure dei pastori e una vita grama che si vuole salvifica affidata a un protettore che perimetra lo spazio – lavoro nelle valli e lo protegga, infine. I terreni delle “Locce” alt. 1230 m., 112 ettari coltivati a lenticchia, farro, cicerchia, ceci, grano solina, patata turchesa, lupinella. Dentro le “Locce”, armate nell’ingresso con pietre a secco, l’architrave con grandi lastre, il breve corridoio e il calcare tenero scavato nella volta bassa sinuosa e le anse. La cavità conteneva circa 200 pecore, i pastori li dormivano ed erano riuniti in “partite”, così chiamata l’organizzazione per i turni del pascolo e della mungitura. La grotta di San Michele è, quindi, “un’altare” devozionale, il sigillo di una attribuzione che mitizzano, nell’oscillazione del tempo, il buon auspicio nel pascolo e nei raccolti delle Terre Alte. L’oscillazione del tempo sono le due date significate: l’8 maggio e 29 settembre nel calendario benedicente ( ricorrenze dell’Arcangelo Michele), che equivalgono nell’immissione delle greggi in montagna e la loro partenza per la transumanza. Ma che cosa ci fa la grotta di San Michele, quindi, nel piano delle “Locce”, per capire come questi alveari scavati nel calcare, nel ventre della montagna, rifugio e ricovero di uomini e animali, siano stati dialoganti con una entità religiosa non giammai come noi la conosciamo nei luoghi di culto consueti: edicole sacre, chiese, pievi, ”conicelle” devozionali, cippi commemorativi, ma qui, nei piani delle “Locce”, l’entità religiosa protettiva – San Michele Arcangelo – di “un’altra religione” vive in una grotta defilata e nascosta, anonima e non segnata da alcunché, a conferma che oggi, non permette, obliterata quasi del tutto, la conoscenza nel paesaggio appenninico del Gran Sasso d’Italia nel versante meridionale con le sue motivazioni, sospese nel tempo .

Con noi, Gianfranco Francazio.