La ricerca sul campo: il Fucino e il lago.

Testo e fotografia Vincenzo Battista.

L’attività della pesca nel lago Fucino ha rappresentato uno dei fattori caratterizzanti il territorio in alternanza o coesistenza con quello della pastorizia e dell’agricoltura.

La pesca, esercitata secondo antichissime e consolidate tradizioni, fu controllata dalle autoritàˆ del territorio (es. gastaldi, conti dei marsi ecc.) che tentarono di bandire ogni motivo di controversia tra i paesi costieri del lago.

La pesca, come attività fondante di questa vasta area della Marsica, permise in epoche successive e fin dall’antichità di riorganizzare periodicamente attorno ad interessi locali la vita delle comunità, definiti dagli storici “particolarismi” che, in definitiva, qui rappresentano gli elementi caratterizzanti e identificativi di un intero territorio.

La ricerca ha evidenziato i modi e i termini della pesca per le popolazioni limitrofe del lago nel corso dei secoli sia stata una costante fino alla sua scomparsa per il prosciugamento del lago; i rapporti tra l’attività della pesca e quella della agricoltura-pastorizia legate entrambe al regime periodico delle acque che, permettendo coltivazioni più o meno estese davano o negavano importanza e preminenza ora all’una ora all’altra attività.

Sicuramente il carsismo ha intensamente caratterizzato la formazione del lago del Fucino sia che il suo bacino fosse una vallata o una fossa tettonica. Come avviene in ogni lago carsico la dispersione delle acque si attuava attraverso cunicoli sotterranei. Per il lago Fucino essi consistevano in una serie di inghiottitoi presso la sponda occidentale, la cosiddetta Pedogna o Petogna.

Le Petogne, quindi, si trovavano ai piedi del monte Salviano, fra Luco e l’emissario, ed erano due: la Petogna grande e quella piccola.

Probabilmente una delle cause dell’innalzamento periodico del livello dell’acqua del lago derivava dall’occlusione di questi inghiottitoi.

In tempo di piena – come afferma il Gattinara – “l’acqua del lago formava un vortice spaventevole e allorché il borea infieriva (erano famose le improvvise burrasche del Fucino che si gonfiava paurosamente formando onde altissime) spingeva barche, legni abbandonati, fascine per la pesca e altri corpi galleggianti: esso vortice a poco a poco li attirava a sé, il meato si otturava e le acque, senza questo esito, occupavano vaste zone di terreno. Non potevasi usare mezzo di sorta per riaprirlo, tanto era pericolo di venirne assorbiti e solo dopo mesi e mesi, con l’infradiciarsi di quei combustibili si riapriva”.

La ricerca, tenendo conto di questa situazione, tenterà di rilevare nel racconto della tradizione orale la memoria e l’impatto di questo regime variabile sulla tradizione orale delle popolazioni che ne subivano le conseguenze.

Quali fatti straordinari vengono ancora tramandati su quelle paurose burrasche dai pescatori che frequentavano il lago e quali lotte contro il lago compivano gli agricoltori per evitare che sommergesse periodicamente le terre coltivate.

L’equilibrio del sistema economico e sociale che aveva dato vita a tradizioni, costumi e mentalitàˆ, seppure al limite della povertàˆ e della sopravvivenza viene rotto dal prosciugamento del lago.

I danni all’ecosistema, determinando temperature troppo basse in inverno e riduzione di umidità in tutto il piano, produssero la scomparsa di alcune coltivazioni e danneggiarono il ciclo vegetativo di altre. Uva e mandorle non riuscivano più ad arrivare a maturazione completa; gli uliveti scomparvero (12000 / 15000 piante) modificando il paesaggio.

Si verificano negli anni appena dopo il prosciugamento condizioni di vita delle popolazioni, private dalle risorse della pesca e dell’impoverimento delle coltivazioni, di spaventosa miseria.

La formazione di acquitrini e paludi miasmatiche, dopo il deflusso delle acque, furono causa di malattie e febbri palustre.

La ricerca ricostruirà questi momenti traumatici per le popolazioni rivierasche mettendoli in rapporto a quelli che erano i mali prodotti precedentemente dal lago, come le inondazioni delle terre, e interrogando questo scenario del cambiamento tenterà di recuperare il modo in cui fu vissuto da quelle popolazioni.

Ortucchio.

La collina sulla quale s’adagia la borgata d’Ortucchio era situata primitivamente a parecchi chilometri dal lago. Verso la metà del secolo XVI, venne posta totalmente sottacqua, dopo di che le acque si ritirarono, per avanzarsi nuovamente dal 1793 al 1795 trasformandola in una penisola, e quindi, per una seconda volta, in un’isola che in seguito all’incessante ingrossamento del Fucino si avanza˜ sempre nel lago tanto che Rennenkampff (verso il 1794) la trova a chilometri 2 dalle sponde del lago, per essere finalmente sommersa e stare 2 m. sottacqua dal 1816 al 1819.

Hassert riferisce della trasformazione di Ortucchio in isola, altre fonti parlano di questa situazione ricordando che i contadini e pastori di quel paese dovevano trasportare le capre con delle zattere sui campi per il pascolo.

La ricerca evidenzierà il ricordo di questa situazione come fatto emblematico del rapporto tra acqua e terra, tra lago Fucino e popolazioni ripuarie.

Anche se l’inglese Keppel Richard Craven nei suoi viaggi in Abruzzo nel 1826 e 1831 nella sosta in un paese della Marsica potrà mangiare solo lucci per cui scrisse: “Il lago Fucino è famoso per la qualità ma non per la varietà del pesce, che produce in abbondanza, barbi anguille, gamberi e tinche: i primi e le ultime raggiungono dimensioni enormi…”. Le fonti letterarie e documentarie attestano, in opposizione, le varie specie di pesce esistente nel lago.

Per la ricerca è facile documentare che le specie del lago consistevano in tinche, lasche, scardove, spinarelli, batterini, barbi, telline e gamberi citati da Giuseppe Del Re; gamberi, tinche, barbio, capitoni, lontre elencate dall’avezzanese Tommaso Brogi; tinche con il labbro inferiore consumato, in quanto si muovono in acque basse e sassose che rifornivano le mense signorili di Roma, come ricorda il Corsignani che riferisce un’affermazione del Giovio; trote ricordate da Febonio.

È certamente più difficile documentare la loro introduzione o l’estensione dovuta ai cambiamenti del sistema ecologico per i successivi tentativi di prosciugamento del lago.

Il tentativo saràˆ quello di recuperare attraverso la memoria e il conseguente racconto della fonte orale questo aspetto importante che rappresenta la chiave d’accesso ad altri temi legati alla pesca: le tecniche per pescare, i tempi quotidiani e stagionali in cui si effettuava questa attivitàˆ, la conservazione del pesce, il trasporto, la vendita, i mercati, il regime fiscale a cui era sottoposto questo prodotto sia per i detentori del diritto di pesca che per i comuni in cui si praticava questo commercio, il reddito dei pescatori.

Una delle più antiche specie di pesce del lago Fucino, come afferma il Corsignani “allor quando non si era inventato il modo di pescare il pesce grosso, e così ha sempre il nome di Pesce Antico ritenuto…È fu la lasca, chiamato appunto Cantico”.

Il Corsignani inoltre pur parlando anche di Scardini di buona qualità, mette la lasca Saporosa e sana benché piccola al primo posto tra le specie del Fucino.

Afferma inoltre che la lasca era conosciuta dagli antichi con il nome di barbio e che questo pesce veniva conservato sottolio per il suo gusto assai delicato nelle mense e utile alla salute di Coloro che patiscono svogliatezza.

In molte regioni italiane, particolarmente a nord della penisola, i laghi sono stati apportatori di vita e di progresso economico; la stessa cosa, non può dirsi del lago del Fucino anche se prima e dopo il medioevo, quelle acque furono popolate da una grande quantitàˆ di uccelli acquatici e di pesci. Tali prodotti sebbene abbondanti, infatti, rendevano assai poco alle oltre cinquecento persone traenti sostentamento dal mestiere di pescatore, esercitato peraltro con sistemi primitivi e in gran parte artigianali. Maggior benessere traevano forse gli agricoltori.

Tenendo conto di questa situazione e dei vari momenti in cui predomina l’una o l’altra attività in un secolo centrale, come l’Ottocento, la ricerca tenderà a valutare le proporzioni di queste due attività e dello sviluppo economico ad esse legate sull’intero territorio come appunto l’attivitàˆ della pesca e quella dell’agricoltura che non furono sufficienti ad assicurare livelli di vita depressi.

I sistemi di pesca adottati dalle popolazioni che vivevano attorno al lago del Fucino rimasero a lungo primitivi tanto che nel 1778, come riferisce Lopez, i pescatori di Luco ne descrivevano in un documento, redatto sotto giuramento, gli ordegni e le barche necessarie.

In particolare essi dichiaravano che “Le pesche che si fanno sopra di quello erano di differenti specie ciò una quella che si chiama dei Repari, e l’altra la pesca della Pannera, la terza la pesca Sciabacchetto. La quarta la pesca dei Cofini. La quinta la pesca della lenza. La sesta la pesca dei larghi. La settima la pesca delle Ritarelle. L’ottava quella dei larcioni ossia de lattarini e finalmente vi è la caccia degli animali chiamati folche, la quale si chiama caccia dei Rocchi”.

Il Mazza descrive fra i sistemi più praticati quello detto dei Mucchio. Per l’ordinario è di cinquecento il numero di quei mucchi e ogni anno si suole rimpiazzare la quarta parte delle fascine.

La pesca poi avveniva o coprendo con dei panni i fasci o tendendo le reti vicino il mucchio di fascine così che i pesci restavano prigionieri.

La pesca detta dei cofini è avveniva con dei cesti, dall’apertura, limitata nei quali i pesci una volta entrati non riuscivano ad uscire.

Torlonia disse” Ho io asciugo il Fucino o il Fucino asciuga me”. Con un’azione finanziaria notevole divenne padrone di fatto di un cantiere di proporzioni colossali e seguendo personalmente i lavori riuscì nell’impresa dando vita al Principato del Fucino.

La fauna del lago Fucino fu studiata fin dall’antichità. E se Plinio addirittura riferisce dell’esistenza di una specie fantastica di pesce ad otto pinne e Febonio ricorda l’esistenza del barbo plebeo, De Salis Marsclins, viaggiatore straniero, a Trasacco mangiò lucci, carpe e tinche pescate nel lago.

Dal Fucino traevano sostentamento (alimento e lavoro) soprattutto le famiglie di pescatori di Luco dei Marsi e S. Benedetto, come annota il traduttore dell’opera di Gregorovius che scrive nel 1871.

Alcune specie ittiche presenti al momento della bonifica erano: trota, anguilla, carpa, barbo, cavedano, tinca.

Nei lavori di prosciugamento, che si protrassero per circa un ventennio, furono impiegati molti lavoratori della classe contadina creando una non marginale risorsa economica.

Il Fucino lago dava all’economia nazionale un reddito annuo di circa 7O.OOO lire; il Fucino latifondo arricchisce i mercati italiani, a seconda della stagione, dai 4 o 5 milioni di prodotti agricoli.

(De Filippis. S., anno 1883).

La popolazione peschereccia che viveva sul Fucino lago era di 200 e più pescatori; la popolazione agricola che vive sul Fucino latifondo era di 6700 agricoltori tra fittuari, coloni e mezzadri.

(De Filippis, anno I883).

Nel 1861 la popolazione dei paesi ripuari era di 31.055 abitanti. Nel ventennio in cui il Fucino viene prosciugato la popolazione cresce del 45% arrivando a 545.988 abitanti. I 15.OOO ettari di terra conquistati alle acque producono prosperità. La popolazione cresce con i mezzi di sussistenza. L’indizio più decisivo della prosperità di un paese è l’accrescimento del numero dei suoi abitanti; la prova più sicura del progresso dell’agricoltura è l’aumento della popolazione. (De Filippis S. Anno 1883).

Ortucchio era chiamato l’isola del lago perché le acque oltrepassavano sempre questo paese per oltre due miglia. (De Filippis S. Anno 1883).

Luco è stato il paese ripuaro più vicino alle opere di prosciugamento.

Dal libro dei Consigli dell’archivio Comunale di Avezzano:16 luglio 1748, si rendeva noto che l’olio e il pesce dovevano essere venduti ai prezzi stabiliti dai priori. In caso di inosservanza, il Governatore stabiliva la pena pecuniaria sia per i venditori che per gli acquirenti.

13 aprile 1818. Norme per i friggitori. L’ Intendente ordinava che i friggitori potevano cuocere e vendere fritture nei soli giorni di mercato.

La necessitàˆ di fornire Roma di adeguate provviste di grano, evitando così “le frequenti carestie, spinse lo Imperatore Claudio a prosciugare, in parte, il lago del Fucino.

Nel trentennio dal 1783 al 1816 le acque del lago aumentarono di oltre 10 mila… I paesi ripuari rimasero, secondo Leon de Rotran, per anni inondati ed in preda alla più desolata miseria.

Colui che abitava sulle rive del lago, racconta Leon de Rotran, ed era stato fino allora cacciato dalla propria casa durante le inondazioni, condannato ad una vita precaria per la perdita della sua terra, ridotto a farsi pescatore o ad abbandonare il proprio paese, si ritenne felice di cambiare la sua barca e le sue reti con la zappa e l’aratro.

È del 1789, la Relazione al Regio Governo all’Inge. Ignazio Stile. Enormi i danni provocati dall’inondazione del lago: le popolazioni ridotte all’estrema miseria, prostrate. Il livello si era alzato di oltre 8 mt. da quello ordinario.

Prima del disseccamento del Fucino il contadino ritrovava nel pesce che si pescava in esso un companatico per quanto abbondante altrettanto e a buon mercato; ed ecco perché se da una parte si compiace del compiuto essiccamento, in cui vede migliorate le sue condizioni economiche, dall’altra rimpiange un prodotto animale abbondante, di cui resta una pura memoria.

Iacini, L’Abruzzo e Molise, anno 1877-1885.

Nel 1852 il consiglio di Stato affida˜ l’opera di prosciugamento a privati. Sorse una Societàˆ che più tardi si restrinse ad un solo socio: Alessandro Torlonia.

 Nel 52 D.C. in occasione dell’uscita delle acque voluta dall’imperatore Claudio, il lago del Fucino fu il più straordinario campo di battaglia per una naumachia, ciò per quel combattimento al quale i romani ricorrevano a scopo di divertimento: flotte di triremi e quadriremi, zattere con distaccamenti di soldati a piedi e a cavallo, 19000 uomini in tutto. Intorno al lago palchi con un immenso teatro.

Il prosciugamento del lago alterò il fattore climatico creando uno squilibrio nella coltivazione dei prodotti tradizionali. L’8.9.1882 “si fa voti al Real Governo perché in base del contratto obblighi il principe Torlonia a rispristinare una parte del Fucino…onde in avvenire abbiano a rimanere incolumi i generali interessi di quelle popolazioni che attualmente si veggono seriamente compromessi…”. Mitigare il clima ed eliminare la nebbia che avrebbe fatto finalmente tornare a fruttare convenientemente le terre di Trasacco ridotte ormai dall’esaurimento del suolo e dalle variazioni climatiche a non produrre più nemmeno l’erba.

Per il prosciugamento del Fucino fu necessario attuare un ciclo continuo di lavoro, in turni da otto ore, che impegnavano 3000 uomini al giorno. Per la popolazione del luogo era una novità il lavoro salariato, con paga mensile e non giornaliera.

Secondo il De Filippis i residenti di Luco dei Marsi, per la capacità a svolgere attività legate al lago, si mostrarono particolarmente abili a lavorare sottacqua, all’imbocco della galleria, nel lago.

Il centro di Luco dei Marsi era l’unico ad avere il diritto di pesca. L’esercizio di questa rappresentava un momento fortemente aggregante per la comunitàˆ dei pescator- contadini, che ricorrevano a tecniche piuttosto primitive di allevamento ittico. La stessa struttura urbanistica del nucleo storico di Luco, sopravvissuta al terremoto del 1915, conferma la stretta interazione che veniva a crearsi tra i residenti all’interno del nucleo abitativo. Essendo il paese caratterizzato da una maggiore attività di pesca, rispetto agli altri del Fucino, fu quello che maggiormente si sentì minacciato dal prosciugamento senza un futuro certo per un’intera collettività di pescatori.

In una situazione economica precaria, al limite della sussistenza, la pesca nel lago Fucino rappresentava, anche dal punto di vista alimentare, una risorsa non indifferente.

Tanto importante che lo stesso potere pubblico si interessò di questo settore anche per disciplinarlo.

La ricerca, esaminando i documenti d’archivio e tra questi il libro dei Consigli nello Archivio del Comune di Avezzano rileverà, per esempio, il prezzo del pesce venduto al mercato, come veniva stabilito, le pene pecuniarie per i venditori e acquirenti che non rispettavano queste norme anche prima dell’ottocento; il libro dei Decurioni, per esempio stabiliva le norme che dovevano seguire i friggitorie per la vendita del pesce cotto,  in quali giorni e dove era possibile esercitare questa attività e inoltre l’eventuale commercio e vendita del pesce nei territori limitrofi, la conservazione e il trasporto di questo prodotto.

“… Il Comune di Luco è rimasto quasi privo di territorio e le acque del Fucino, che sono entrate nel suo abitato, coll’urto hanno fatto cadere la metàˆ delle case. Or siccome questa popolazione è dedicata alla pesca, quella che forma la sua sussistenza, così la preda del pesce è divenuta rara per essere il volume del lago eccessivamente cresciuto…”.

Tommaso Brogi, Memoria del 9 gennaio 1816

“… Ortucchio presenta la più lagrimevole situazione. Questa terra posta sopra un’amena collina è diventata un’isola perfetta in modo che tutto ciò che necessita ai comodi della vita dei suoi abitatori, vi si conduce con l’aiuto delle barche. Le acque del lago hanno circondato il suo abitato nella maggior parte distrutto e quel poco che vi è rimasto è quasi tutto inondato. Gli abitanti per ricoverarsi nei piani superiori delle loro case sono nella necessitàˆ di salvarsi per le scale ed entrarvi per le finestre. La loro faccia è lurida, scolorita e cadaverica…”.

Tommaso Brogi, Memoria del 9 gennaio 1816.

“… Dal fin qui detto si deduce ben volentieri non essere possibile che la penna possa descrivere le rovine, i mali e i danni che il Fucino abbia recato a queste contrade…

Prima di tutto la miseria in generale delle popolazioni di Avezzano, Luco, Trasacco, Ortucchio, Venere, San Benedetto, Pescina, Colle Armele, Cerchio, Ajelli, Celano, Paterno, San Pelino che accerchiano il Fucino massima, per non essere rimasto che il solo terreno sterile e infruttuoso. Il lago  ha ingoiato quello che incoraggiava il colono, il quale ora ricava appena il doppio da ciò che semina… Avversata l’industria degli animali per la deficienza dei pascoli, egli vive in tutto l’anno immerso nell’indigenza e nel bisogno… Avezzano (uno dei quattro capidistretto) ha mercato ogni settimana, ove occorrono i comuni vicini, ha perduto quasi ventiquattromila moggi di terreno vignato, seminatori e vestito di alberi di ottima forma: ma il peggiore è che la stessa trovasi in tale vicinanza al lago che minaccia di volersela assolutamente ingoiare al più presto che possa credersi…”.

Tommaso BROGI, Memoria del 9 gennaio 1816