L’Aquila tra sacro e profano. Alla ricerca di un’altra dell’identità civica. La città comunale.

Testo e fotografia Vincenzo Battista.

In volo sulla città con l’elicottero di Davide Zecca, pilota e collaudatore. Aeroporto dei Parchi – Preturo.

La pedagogia dell’emergenza, magica – propiziatoria a L’Aquila. Sembra un formulario, ma lo capiremo.

Il sistema, proviamo a pensare, è “allarmato” nella città dell’Aquila, sempre in “linea”: mostrare la lingua nella scultura, rassicurare che alle sue spalle esiste un luogo franco, come le cariatidi sotto i balconi o le pietre angolari e negli stipiti delle case oppure nei palazzi, scolpite in pietra da abili artigiani e issate la su, poiché “pietrificano”, pensateci bene, e non è poca cosa… Maschere di simboli rituali, riti propiziatori (come la benedizione della prima pietra degli edifici collettivi da parte del vescovo fin dalle epoche medievali), sfingi dei battenti dei portoni e poi fontane pubbliche dalle forme allegoriche, bestie apotropaiche (99 Cannelle declinate su altri valori) ed altro si distaccano dalla religione ufficiale, vivono l’ossessione per il sovrannaturale, la profezia, il fatalismo da scongiurare (terremoti, epidemie, guerre, carestie, relazioni sociali), vengono ringraziate e omaggiate quelle sculture di tanta accortezza e buon lavoro fatto, sembrano dirci così con la loro “derisione”, e sfida, nei palazzi aquilani ( molte andate distrutte) quando, in alcune, superstiti, si transita sotto di esse. L’Aquila.

Il lungo balzo della storia, tuttavia, ci riporta alle antefisse, le gorgoni, acroteri degli etruschi, raffinati nelle forme plastiche delle loro sculture, ornamentali, per proteggersi dall’inferno che abita all’esterno da qualche parte lì fuori, insidiata la vita, da tutelare per l’aldilà ritenuto mondo terreno.

La città dell’Aquila è ambivalente, proviamo a pensare, perciò ambigua tra sacro e profano lo vedremo e, pertanto, è un magma che si muove apparentemente fermo. Per prima cosa, “distilla” il “vicino” nei quartieri. “ Distilla”. Lo ama e lo teme, paura e vicinanza, incontro con il buon vicinato ma anche negazione, se serve, del sentimento. Eccole che le sculture apotropaiche in pietra entrano in gioco se occorre, poiché il “vicino” è “lite”, certo che ne abbiamo bisogno, ma è lite, stiamone sicuri, accade. Gli aggregati dei quartieri urbani nella città erano luoghi di mutualità spinta alla trascendenza solidale, ma anche della malalingua impossibile da far tacere, pettegola, scivolosa nell’odio covato (il male che non dorme mai!) e nel rancore mai sopito, e quando il livello saliva e coinvolgeva ampi nuclei sociali, il rimedio. La risposta. Sulle facciate venivano mostrate le pietre lavorate dallo sguardo minaccioso, lingua fuori, aspetto mostruoso, con grandi orecchie, occhi enormi e sporgenti, negatività intorno al perimetro spaziale delle costruzioni, ma tuttavia vegliano sulle case, decorazioni funzionali ad una dimensione immateriale della cultura nella città comunale. La città dell’Aquila ambivalente. Poi, tacitata. Si riaggrega. Siamo intorno agli anni ’60 del Novecento. Un esempio. Petali di fiori come mai avremmo mai visto sul selciato di Via Roma fino a formare un tappeto, le migliori coperte in stile abruzzese artigianale lavorate al telaio, tovaglie e mantelle ad uncinetto esposte, fiori alle finestre, icone familiari mostrate come vessilli dalle famiglie, l’intera comunità è sulla via – tracciato liturgico -, il luogo delle meraviglie è via Roma, molti dalle finestre e dai balconi fanno scendere come una pioggia sacrale petali di rosa. È l’altra città della metamorfosi che vive adesso nel grembo della cerimonia del Corpus Domini che scendeva giù sull’asse civico, la processione, con il clero secolare dalle ricche vesti ecclesiastiche, fino a porta Roma, tra le quinte sceniche di una antropologia religiosa di grande impatto comunicativo, allora, in quei tempi. Sacro e profano come abbiamo visto si fronteggiano, quindi, nei tracciati sullo spazio identitario, fino a toccarsi nei cortei lungo le mura urbiche e strade comunali a formare una croce, le processioni penitenziali, che richiamavano la benevolenza divina sulla città da difendere dalle ostilità, ma restava sempre una città amuleto…

Plana l’elicottero pilotato da Davide Zecca sulla città dell’Aquila conica, le giriamo intorno come un satellite artificiale, quasi fossimo in un telerilevamento di frammenti visivi della città, si inclina il velivolo – non abbiamo il portellone – nella fase di volo, la curvatura e l’inclinazione quindi dell’elicottero toglie il respiro. “Uno spettacolo” mi dice Davide, sì, uno spettacolo, per pochi.