Testo e fotografia Vincenzo Battista.

Il Big Bang, anche ‘’l’universo’’ del Gran Sasso d’Italia ha avuto il suo Big Bang, l’espansione… la sua esplosione dal punto di vista, però, narrativo e poi tramandato, tra canti, leggende e favole, segni e impronte scolpite rilasciate, incise sulla roccia della montagna, per nome e per conto di una giovane, innocua e solitaria – si narrano pertanto le sue gesta – una contessina che abbandona averi e potere e si rifugia in una grotta: la leggenda è condannata a non finire, mai! Simbolo di perseveranza, resistenza e accettazione sì, di chi va in montagna solo con il proprio spirito e la ricerca interiore, l’introspezione, la contemplazione e “incontro…”, ma fatalmente può accade l’insopportabile, tragico, destino, come di questi giorni il dramma di un escursionista aquilano sulle rocce carsiche e frastagliate, solchi e crepacci insidiosi nel versante di Monte Prena di Campo Imperatore. Quella giovane contessina solitaria in un contesto medioevale si trasformò in una colomba, violando tutte le leggi fisiche del Big Bang… La leggenda che, quindi, la vede protagonista, bisogna andare a cercarla partendo dal sentiero del Centenario del Gran Sasso d’Italia inaugurato nel 1974 (oggi versa in condizioni di degrado assoluto), da Vado di Corno a Monte Camicia in circa 8 ore di cammino. Vado di Corno (1924 m.) è l’inizio, sulla linea di cresta. E mentre si prosegue in direzione di Monte Brancastello (2385 m.). a circa 2118 m. a Sud dello stesso sentiero, la vasta area meridionale topografica di calanchi e formazioni geologiche di erosione, restituisce le prime tracce della contessina e della sua memoria, metamorfosi in una colomba, come se avesse volato sulla vasta area sottostante, per intervento spirituale, divinatorio e pertanto quest’area prende il suo nome ( toponomastico) appunto in Santa Colomba, partendo come detto dal rilievo montuoso a 2118 m. fino alla quota altimetrica dell’altopiano di Campo Imperatore  ( 1700 metri circa ), e in alto il sentiero del Centenario, che intanto inizia a salire fino alle Torri di Casanova  ( 2362 m. ). Il volo della Colomba sul Gran Sasso d’Italia, la sua leggerezza, la ragione umana che muta, e non vuole svanire nello spazio vuoto della dorsale appenninica settentrionale, la montagna laica sembra accogliere il valore della Santa religiosa, nella solitudine del Gran Sasso, metafora questa, che trasporta messaggi, e lo vedremo più avanti, superato il Brancastello, quando scenderemo dal Vado di Pioverano  ( 2327 m. ) nell’immenso scenario che si apre a nord nella Valle Siciliana o della Val Maone nel teramano dove, appunto, Santa Colomba, è  patrimonio culturale dell’intero distretto, una sorta di fiaba che non si estingue, fino a dare ancora una volta  (e ce ne saranno altre ) il suo toponimo alla Forchetta di Santa Colomba ( dalle Torri di Casanova fin lì oltre un’ora di cammino ) continuando sul sentiero del Centenario, a quota 2290 m. La dorsale topografica poi prosegue in direzione di Monte Infornace 2418, m., alle cui pendici settentrionali, ancora oggi, si cerca la grotta che reca segni iniziatici di forme fisiche scolpite nella roccia dal valore simbolico, come dimostrano le impronte di una mano , secondo la tradizione orale, in cui visse e cercò rifugio in una delle tante spelonche la Santa Colomba, ecco è lì,  l’effige e il  sigillo sulla roccia delle rinunce e della solitudine eremitica soprattutto per una giovane donna che va incontro al martirio: la palma le appartiene, l’emblema dell’immortalità sulla morte, strumento di trionfo nell’antichità. Dal versante teramano, osservando monte Infornace, vediamo che si presenta con una serie di guglie, pilastri e torrioni raccolti e riuniti, apicali, tanto che la tradizione popolare li associa al pettine di Santa Colomba, i denti o i rebbi: lei aveva lunghi capelli neri che le scendevano sulle spalle, e prima di diventare colomba, la montagna pettinava la giovane eremita. Il Centenario prosegue poi per il monte Prena (2561 m.) che presenta canalini, balze, torri calcaree, pinnacoli in un paesaggio inquieto come se si entrasse in un dedalo di rocce espulse dalla montagna, in un altro tempo geologico prima dell’uomo, nel percorrere il versante posto a sud, i grandi massi detritici precipitati, e infine si riprende per Monte Camicia (2564 m.) il termine del sentiero del Centenario, Bene culturale molto più che ambientale dell’Appennino Centrale. Ma torniamo al Vado di Pieverano. Si scende su enormi pratoni tagliandoli in diagonale fino a fronteggiare e poi raggiungere il totem che si eleva, quasi fosse un tempio della montagna, un feticcio oggetto di culto, alta torre e inconsueto della valle sottostante: Il Cimone di Santa Colomba a quota 1912 m. Torna ancora la figura della Santa, il suo volo sembra inarrestabile, capacità di orientamento, con i potenti battiti d’ala rapidi che permettono di coprire grandi distanze, fende l’aria la Colomba, raggiunge velocità elevate, osserva il suo paesaggio che le appartiene come per magia,  e incontra resistenza con l’aria a quelle quote, è libera di volare intorno al Cimone, posarsi lì, osservare il paesaggio, i lupi alzano il capo per guardarla, le volpi smettono di rovistare nella prateria e si fermano, i tassi e i camosci annusano l’aria che è della colomba e le riconoscono il primato, così vuole la narrazione, è il suo luogo di appartenenza, apicale, dove è custode delle forre sottostante di Malepasso e Fossaceca, occulti e matrigne, ma rese con la sua presenza un luogo sicuro, un luogo franco. Il Cimone è posto sul fianco di Monte Infornace e divide il Fosso Malepasso ad ovest dal vallone Fossaceca ad est. Dal Cimone si scende su una linea di sentiero perpendicolare che attraversa una serie di boscaglie e radure, fino all’eremo di Santa Colomba, la chiesetta a quota 1234 m. Luogo di pellegrinaggio da Pretara e Isola del Gran Sasso del teramano e dall’intera valle sottostante, si raggiunge in circa un’ora dalla località “Piana del Fiume”, su un sentiero a volte impervio per le compagnie devozionali dei pellegrinaggi. Sito di raccoglimento, in passato molti dormivano nell’edificio per il rito dell’incubazione praticato per avere in sogno santa Colomba e dialogare. Il viaggio sacro è l’atto finale, si svolge il 1° settembre, quando viene celebrata la santa. Qualcuno si posizione con la testa in un foro sotto l’altare dell’eremo (dare maggiore forza all’azione fisica per la sanità del corpo) dove si ritiene che si conservassero le reliquie di Colomba, e anche nelle nicchie laterali dell’altare: è questa una pratica di medicina alternativa, l’energia della pietra e la santa Colomba che intercede, crea un benessere fisico e mentale, i cristalli della pietra del Gran Sasso influenzano con le loro vibrazioni, raccontano. Gli oggetti vengono lasciati nell’eremo: forcine, frontini, fermagli per capelli, immagini, Brevi devozionali cioè piccoli sacchetti di stoffa ricamati e cuciti a mano e all’interno oggetti apotropaici per proteggere dal male come erbe, piccole frasi scritte su Santa Colomba, poi piccole pietre, ex voto per la devozione dei fedeli. Lungo il sentiero si raccolgono i rami di abete per i davanzali delle case, per proteggerle, e poi i ciliegi che fioriscono in inverno come d’incanto, l’evento miracoloso. L’impronta chiamata “Sedile di santa Colomba”, una roccia levigata dove le compagnie devozionali sostano e siedono, sul sentiero verso la chiesetta – eremo e rifugio spirituale. L’edicola sacra in una nicchia, poi croci, stele votive lungo il sentiero. E nel centro di Pretara vengono preparate le coperte ricamate, le decorazioni sulle case a forma di colomba, trecce di capelli donati alla santa, fazzoletti con ornamento, lavorazioni ad uncinetto, stendardi. Le pietre del monte Infornace, raccolte sulla montagna, vengono poste sui davanzali o nei giardini come una sorta di segno devozionale. Una giovane figurante sfila nelle strade del paese con il costume della santa e il ramo di ciliegio, prodigioso del miracolo, lo stringe tra le braccia. Il nome femminile di Colomba infine che si dà alle neonate.

Nel 2013, e non del secolo scorso, come era fattuale per la grazia ricevuta, un dono, così gli ex voto dedicati alle guarigioni, erano praticati dalla comunità locale, che invocavano Santa Colomba. Pertanto si racconta un episodio recente, di un ragazzo malato di un disturbo fisico che non lo avrebbe mai abbandonato. Una donna invoca Santa Colomba per la guarigione del figlio. Una colomba è sulla porta del pianerottolo della sua casa come se volesse richiamare l’attenzione. L’uomo, suo marito, la vide e uscì dall’uscio e osservò “Una nuvola di colombe”, spaventate che si alzarono in volo, tranne una. Volava con “disinvoltura e confidenza” andò incontro alla donna che intanto era uscita dall’abitazione, le girò intorno come “Se volesse parlarmi…”. Il mattino successivo e per altri giorni una colomba era sempre sull’uscio della casa della donna “Ad aspettarmi, poi non la vidi più”. Il figlio della donna guarì. Nel giorno successivo ancora quella nuvola di colombe si alzarono in volo intorno alla casa e andarono via, tranne una che sostò in volo, “Per qualche secondo davanti a me, come se volesse salutarmi, concedendomi la grazia richiesta per mio figlio…” in questo che sembra la sintesi un romanzo popolare del Gran Sasso d’Italia, comunque la pensiamo. La montagna ci insegna a essere resilienti, è una sfida continua e, su quei sentieri dove poggiamo i piedi, abitano i simboli spirituali e metafisici: l’anima, la ricerca di che cosa…

Con noi Gianfranco Francazio.

Le 12 immagini del Cimone di Santa Colomba sono di Gianfranco Francazio.

Nota. Le vicende per lo più agiografiche e alcune tracce storiche su Santa Colomba, possono essere consultate su diversi siti web o fonti bibliografiche presso biblioteche, archivi di Stato, Deputazione Abruzzese di Storia Patria, oltre i centri di L’ Aquila, Teramo, Pretara e Isola del Gran Sasso.