Testo e fotografia Vincenzo Battista.

Bisogna essere imperfetti per conoscersi meglio, le proprie debolezze che si interfacciano con i luoghi, il legame con la città, amore e conflitto aspro e difficile, ma anche affettuosa e familiare corrispondenza con le vie e le piazze, presenza e distacco quindi, per osservare meglio la città natale, delle emozioni. La poesia “Trieste” del 1921, “personalizzata”, introspettiva dall’autore, nella raccolta il “Canzoniere”, è tutto questo, in sintesi, così come decritto, e punto di riferimento della letteratura del ‘900 di Umberto Saba e la sua ricerca autobiografica dell’esistenza umana. Inoltre, è uno snodo narrativo negli esami di Stato nei licei nel percorso degli studenti che affrontano la prova di letteratura. Nostalgia, rimpianto, il tempo che scorre inesorabilmente, ma restano i versi che visualizzano lo stato d’animo dello scrittore. Il testo, le figure retoriche, la parafrasi avvolgono il poeta e quindi i suoi versi, il suo attaccamento alla città, irrinunciabile.


Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli ( Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1959 ), è stato un poeta e scrittore italiano. Adottò il cognome “Saba” a partire dal 1910, e poi lo regolarizzerà all’anagrafe nel 1928.

Trieste

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

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Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz ( Trieste, 19 dicembre 1861 – Motta di Livenza, 13 settembre 1928), è stato uno scrittore e drammaturgo italiano.

Italo Svevo e la “Coscienza di Zeno”, una produzione letteraria a livello mondiale di uno dei maggiori scrittori italiani, dà il titolo al romanzo in una sfera metafisica, surreale del personaggio Zeno Corsini che vive un mondo parallelo, agisce sul tempo, lo ferma, lo blocca. Ma in fondo Corsini vive male, vuole solo guarire da un disagio nelle sue visioni parossistiche e inconfessabili. Tra il mondo reale e l’inconscio, il romanzo è una sorta di connessione tentata ma non risolta, che entra infine nel surrealismo delle visioni oniriche, nella narrazione delle pagine fuori controllo dalla ragione umana. La complessità della vita, il ricordo, il chiedersi il ruolo della psiche, rende il romanzo complesso, e spesso spiazzante per la ragion umana che non ha sponde, fluttua in mare tempestoso dove non s’intravede un porto sicuro. La semplice vita quotidiana del personaggio Corsini diventa una inestricabile, caleidoscopica e mutuante partecipazione dove lui entra e ne esce nel caos calmo del suo sé. Le figure ambivalenti di Italo Svevo e di Zeno Cosini, il protagonista de “La coscienza di Zeno”, scritto nel 1923 (il Surrealismo e il Dadaismo in Europa sono in una fase di sviluppo e formazione ma le idee circolano già tra gli intellettuali), sono indissolubilmente legati a Trieste: non solo questa città è l’ambientazione del romanzo con le sue quinte architettoniche dei palazzi come simboli del flusso di coscienza, ma anche il luogo di nascita dell’autore nel 1861. Anche Italo Svevo è presente negli esami di Stato dei licei.