Testo e fotografia Vincenzo Battista.
Ma che metafora “L’Aquila”, la città nuova fondativa, imperiale sì nel suo stemma cittadino, che si identifica con il rapace simbolo di potenza e dominio – affinità e somiglianza simbolica – come sappiamo, poiché, di una pittura inizialmente parliamo e poi della città, e cercheremo di capirlo al principio di una rappresentazione pittorica (comunque da decifrare) , collocata in un palazzo nobile della stessa città: la metafora è li, cattura lo sguardo, per la sua figurazione che vuole narrare, simbolizza la sua enfasi, e lo vedremo, davanti alla pittura murale dell’aquila: sembra congelare il tempo, lo specchio del tempo che vuole rappresentare, si pone a medium della comunicazione che oltrepassa il linguaggio verbale. E se fosse mai la vita interiore – spirituale della città quella pittura, magari rendendo visibili i pensieri, le aspettative e perché no le emozioni, di tanti? Un link , può diventare un link, ci piace pensare “ l’aquila” figurata , di una connessione che si è aperta , inaspettata, visitando il palazzo nobiliare nel centro storico della città. Il focus, pertanto è, oltre nell’ ammirare nell’insieme la scenica eterea e impalpabile del vaporoso tardo barocco, con aggiunte pitture neo classiche dei soffitti e pareti tardo settecenteschi se mai ben oltre i primi anni dell’Ottocento nel suo insieme, quella piccola rappresentazione che il focus stringe, come se fosse una inquadratura, si concentra in quel punto focale: è dunque quell’aquila dal significato ambivalente. E sarà mai in quell’aquila a tempera dipinta e disegnata anche a pastello con uno stile molto naif il nostro presente e il futuro di molti, chissà, di questa città, che nella sua semplicità iconica, si cela forse il pensiero inespresso per tutti noi? Ecco, ribadiamo, sarà mai quella pittura la sintesi della città in questo periodo, la nostra? E lo vedremo… è comunque lì, L’aquila, appunto, abita in una metafora – icona, in fondo parliamo di una semplice e in apparenza “incurante” rappresentazione pittorica – ma dipinta, quasi fosse un enigma da spiegare, nella cornice delle vestigia decorative di un salone tutto aquilano, e nei valori morali dell’antichità classica greca e romana rappresentati, nel taglio pittorico di un certo tipo di borghesia elettiva molto di moda, per stupire gli invitati e farli danzare con la testa all’insù, nel suo tempo, come nel film “Il Gattopardo” di Visconti.
E se L’aquila dipinta non fosse nient’altro che la città in bilico nella metafora della pittura che la rappresenta, in apparente equilibrio instabile, che ondeggia tenendo i suoi artigli sull’asse dell’altalena che lei stessa, con le ali , proiettate sì, ma non in volo, in alto ne trattiene i tiranti del moto oscillante : non è certo questa la sua vocazione ma tant’ è. L’aquila, si tende e vuole aprirsi, prova il volteggio ma non riesce, il petto si gonfia ma invano, così la pittura, ma il rapace comunque è alla ricerca di qualcosa, impedita dai nastri e tiranti che la trattengono, si, è la città prigioniera, ostaggio, resa sterile e narcotizzata per chi la sa osservare, dalle scelte non condivise dai suoi cittadini in fuga nelle assenze diffuse, capitolate , dispersi, irrintracciabili se non orgogliosamente narcotizzati e piegati nel panem et circenses – ” pane e giochi” nell’antica Roma, una strategia politica di distrazione della popolazione attraverso cibo e intrattenimento. (Giovenale, la plebe romana nell’età imperiale). Quell’aquila, dipinta , è dunque la città “lucida ed estetica” nel suo copione, nella sua recitazione quotidiana ci sembra cinicamente svelata, resa finalmente sempre più comprensiva nell’insensatezza delle scelte, consegnata e servita come ex capoluogo di regione, erosa dal suo interno per quello che dimostra senza nulla chiedere nella desertificazione partecipativa e centralità della persona deposta. Sì, consegnata al suo destino della cinta muraria… , e pertanto arresa, perché questo accadesse nella sua diaspora dei cittadini in fuga da una città – luna park / bar economy , un sintomo di un profondo decadimento strutturale e antropologico che ha fatto a pezzi il tessuto produttivo ed economico di una città artigiana per vocazione e da una tradizione commerciale radicata fin dalla sua fondazione, e oggi distrutta . Ma chi scriverà tutto questo? Il consumo nella città palcoscenico, quindi, lo svago e il passatempo – una linea piatta- non c’è ripresa, poichè si annienta e si sostituisce il lavoro e la produzione, e apre all’emigrazione verso le grandi città, svuota le aree interne delle competenze necessarie per una rinascita economica culturale, e con esse le competenze. E mentre aspettiamo, e in attesa, purtroppo, non abbiamo scelta, del malaugurato ritorno, se mai dovesse accadere, di chi ha consegnato e ha servito la città a tutto quello che osserviamo, al suo naufrago destino, e oggi ne piange il declino che ha contribuito a creare, e non si batte certo il petto…
















