Testo e fotografia Vincenzo Battista.

“L’oltre”, pensiamo, in quale appartenenza metafisica possa stare, dove potremo collocarlo, non sappiamo quasi nulla, invece dello spirito che lo scopre sì, lo spirito è sempre in viaggio… – non è un mero esercizio lessicale questo e lo scopriremo –  Se “L’oltre” è la piegatura del tempo, la contrazione dello spazio nella scoperta e nelle suggestioni sensoriali, dove non si invecchia, andando alla velocità della luce; se l’oltre è il luogo della soglia, superata dallo spirito che, soprattutto, anch’esso, non ha tempo… –  Lo spirito quindi non si è estinto, vive, sempre, in un luogo “dell’oltre” che prendiamo in considerazione, epico a volte nella sua narrativa, leggendario nelle sue gesta, trovato qui e posizionato nella valle dell’Aterno, alla sua uscita nella Conca Peligna. Di un sito parliamo, il luogo della soglia, “dell’Oltre”, incomprensibile frontiera voluta lì per separare il Bene dal Male, la solitudine e l’espiazione, la diversità dai luoghi comuni, la rinuncia e la povertà dal libero arbitrio del potere, la meditazione nelle cavità inaccessibili dalle folle opprimenti, la parola che si fa silenzio. Il sito religioso e profetico: l’eremo di San Venanzio. Provate a pensare di spostare la lancetta del tempo, indietro, nei secoli degli eremiti della Conca Peligna, chiusi e stretti nelle loro spelonche, nella solitudine e nelle privazioni di ogni dove in una natura aspra che li accoglie. L’eremo di San Venanzio e il fiume Aterno, dunque, che scorre alle sue pendici di forra lussureggiante e primordiale, geologica. La pietra costruita, addizionata, composta, unita e cresciuta, innalzata nelle quinte e nell’edificio religioso, la pietra, nel suo costruito ardito, oltre ogni legge della fisica dei corpi, crea architettura e struttura religiosa. Sospesa barriera ad arco di pietre a calce e tenuta dalle due falesie a pochi metri tra loro, che scendono, lasciapassare di espiazione dei pellegrinaggi, è quindi l’eremo, preghiera e incubazione, compagnie devozionali, processioni e stendardi, e invocazioni a Venanzio, icone degli ex voto ( tavole di ringraziamento di un arte naif per avvenuto miracolo) che ritualizzano le vite salvate ad opera del santo, sì i miracoli, sì dei contadini di Raiano schiavi e sudditi ma sottratti alla morte per intercessione del santo nelle campagne dei padroni feudali delle terre e di ogni cosa che si alzava dal suolo. Tutto questo crea “l’Oltre”, della pietra, la sua pietas, spirituale se invocata, trattenuta in sogno, che guarisce i mali del mondo, con le impronte del santo rilasciate sulla roccia, le mani dei pellegrini che si affrettano a toccarle, la scala santa cupa penitenziale ma di meditazione da salire in ginocchio, il corpo di San Venazio che si scorge su un letto di pietra sul quale i fedeli si coricano aspettando gli eventi…, e il sedile e tanto ancora per la liturgia degli esseri umani e le loro debolezze, senza contare l’anatomia patologica di gambe, testa e braccia del santo Venanzio un po’ dovunque lì, percepite. L’acqua del fiume, poi, che si deve bere per purificarsi, e le spighe selvatiche raccolte e conservate dai grani salvifici, profetizzanti, collocati sparsi sopra i comò e cassapanche, e poi taumaturgici per preparare i “brevucci”, gli amuleti protettivi da mettere nelle fasciature dei neonati. Ma infine resta “l’Oltre” quando tutto cessa, questo sì, tanto distante quanto ravvicinato, il paradigma, del pensiero e la sua libertà, il salvacondotto, per uscirne indenni…