Pagliare di Fontecchio, villaggio d'altura della Media valle dell'Aterno, il paesaggio del "re da monte", "il cacciatore", come dicono da queste parti. Giuseppe Benedetti, classe 1905, come il re leone aveva scelto di vivere insieme alla sua cavalla Nina, l'unica della zona, raccontano a Fontecchio, nella savana dei piani carsici del Sirente: "Le Prate"," Piano di Jano" grandi campi, lunghi ed aperti al pascolo a forma di cucchiaio, luoghi delle dimore temporanee, chiamate le pagliare, casette in muratura utilizzate dai piccoli proprietari che praticavano un tempo la transumanza verticale e poi anche dagli agricoltori semi-nomadi della vallata.
Rifugi divenuti nel corso degli anni vere e proprie dispense. " D'inverno - raccontano - con la neve, il sentiero bisognava sempre aprirlo. Con l'asino, o a piedi da Fontecchio, si andava molte volte alle pagliare, dopo molte ore di cammino, con la legna sopra alle spalle - come in "Bestie da soma", del 1886, di Teofilo Patini - ; le donne partivano la notte con un fascio di legna sopra la testa: erano gruppi di cinque sei persone. Non mangiavano tutto il giorno". In definitiva i villaggi tendevano a ricostruire, pur in ridotte dimensioni, un'area di lavoro con tutte le motivazioni funzionali dei borghi di fondovalle dell'Aterno, per la permanenza in un luogo però impervio, con critiche condizioni ambientali: d'estate lavori di raccolta del grano e, in un'aia comune, la lavorazione dei cereali; poi una chiesa, per le funzioni religiose; d'inverno, invece, le casette divenivano deposito di legname per il fabbisogno della collettività della valle, ma bisognava aprire i tracciati tra il manto nevoso per l'accesso agli agglomerati dell'esclusivo sito del paesaggio montano.
Intorno agli anni '50, la notizia si sparse subito nella zona: i nipoti del barone Annibale Corvi, erano dati per dispersi, dopo una gita nel Sirente. Furono trovati da Benedetti, il "re da monte" che, raccontano, conosceva tutti i luoghi e gli anfratti del Sirente, girava con le lepri appese alla cintola, riusciva a sentire il profumo della selvaggina e per notti intere, all'addiaccio, "faceva le poste", per cacciare i lupi. "Vivevamo due vite - narrano i racconti - al paese e alle pagliare dove lì c'era il "re da monte" che aiutava anche i contadini", a volte li soccorreva." Dormivamo nelle pagliare, avevamo le "mandre" con le vacche, i recinti alti in pietra per proteggerle dai lupi". Un giorno, dal monte, una vacca precipitò nel fondovalle dell'Aterno. Il "re da monte" scese nei dirupi, tagliò le carni e depezzò l'animale che era appeso su un albero di un precipizio e a pezzi lo riportò ai proprietari. Quando scendiamo, un capriolo con due cuccioli è sul bordo della strada sterrata; si volta, ci guarda e infine scompare nel bosco delle pagliare divenute oramai solitari monumenti della cultura materiale: evocano memorie e raccontano le gesta leggendarie dei tanti re della montagna troppo spesso dimenticati.