Testo e fotografia Vincenzo Battista.

Il regime fascista strumentalizzò la figura di San Francesco per fini propagandistici, proclamandolo protettore d’Italia e organizzando celebrazioni in suo onore per saldare il culto del santo alla retorica del regime. Questa manipolazione politica della sua immagine è dimostrata dal libro di un sacerdote del 1926, che paragonò Mussolini a San Francesco per promuovere l’identità nazionale.

La celebrazione annuale della Perdonanza con una sontuosa sfilata, è stata autorizzata dal regime fascista nel 1935. L’Istituto LUCE con il documentario sulla Perdonanza è divenuto un potente strumento di propaganda politica del fascismo. Il regime voleva controllare e rielaborare la narrazione della storia e delle tradizioni per fini propagandistici. Celestino V legato e saldato in definitiva come San Francesco al regime fascista.

Celestino V.

La narrazione senza tempo.

Sì, lo spirito, un principio immateriale nel significato più profondo e vero in una natura incorporea, lo spirito, intellettuale, di cui l’uomo, portatore, viene dotato per determinate qualità interiori di purezza e pertanto ripudia e rigetta come male assoluto la maldicenza. Questo spirito si materializzò in un giovane 24 enne chiamato fra Pietro (così narrano le fonti certe documentarie del 1306, del Processo di Canonizzazione di san Pietro Celestino), vestito di stracci alle pendici del Morrone. Sì, lo spirito di quel ragazzo con un nome importante ha attraversato il tempo, e leggero e puro, incontaminato è giunto fino a noi, fino a quel perimetro spaziale di gradini e ai lati una porta simbolica dove molte persone di inginocchiano, toccano con le mani le pietre consunte, calpestate, ma anche guardate, quasi indagate con meraviglia, con quel rispetto e timore di un’azione importante pregano, piangono alcuni testimoni di tutto il tempo che è passato lì, concentrato, quasi si fosse flesso piegato il tempo, e loro rimangono lì soli nella Porta Santa spalancata ( La Bolla del Perdono – Inter sanctorum solemnia – emessa da Celestino V nel 1294, istituisce la Perdonanza Celestiniana. La Porta Santa aperta ogni anno il 28 agosto e chiusa il 30 agosto che consente ai fedeli di ottenere l’indulgenza, di solo 48 ore, poche per i pellegrinaggi e i cammini, i tracciati della fede nelle estenuanti marce, in definitiva per i fedeli del contado aquilano), con il loro spirito, con le loro speranze e dolori, i loro patrimoni. Potessimo decifrarli, potessimo entrare in quella antologia delle persone aquilane, in quelle pieghe di un epistolario collettivo: piccole narrazioni che scacciano il male e diventano storia, che città altra questa, che forza sì questa di un portato antropologico, comunque la pensiamo, di un rito che si spalanca, mette in prova la propria persona che guarda, quasi a voler scorgere, ricercare, segni profetici incisi sulla pietra dei gradini della Porta Santa toccata con le mani, mentre qualcuno siede lì, solo: rimarrà così, indifferente al flusso di gente, continuo, silente che attraversa la Porta Santa di Collemaggio: diaframma tra il “male”, l’esterno, quello che si lascia alle spalle senza voltarsi e il “bene”, “l’attraversamento” materiale, iniziatico accesso privato al Perdono che sembra non appartenere più a noi ma ha inizio con coraggio in quei pochi metri quadrati delle pietre, dei gradini.Dentro quel perimetro spaziale che è il dividendo, il guadagno, il profitto, la rendita, ma solo spirituale non c’è altro testamento di un uomo che ha vissuto, prima, la sua vita anacoretica, la più estrema delle grotte nel raccoglimento e nella preghiera, e da Papa, poi, col nome di Celestino V, per andare “oltre” seppellendo calunnia, frode, perfidia e sospetto che insieme si cibano della maldicenza (L’Aquila, capitale italiana della maldicenza nel suo brand) con la Rinuncia, e ritornare nelle meditazioni nella povertà delle grotte e nelle visioni profetiche. Un disegno, un ricongiungimento a quella estremità del “recinto” che è protezione in quel cerchio che prende forma, la perfezione spirituale condotta così a compimento: un anello di purezza e assoluta pulizia spirituale dove la maldicenza è scaraventata lontano ma vuole entrare in quell’anello, che immaginiamo, avvolga e aleggi la Basilica di Collemaggio mentre le carrozzelle dei malati entrano, i familiari si ritrovano sotto le navate, nella penombra si uniscono nell’attesa della confessione.Intanto, ai lati della Porta Santa, qualcuno è rimasto lì tutta la notte appena trascorsa. Il “grande respiro” della Basilica di Collemaggio adesso è continuo, il grande polmone del complesso religioso ha preso a vibrare per ventiquattro ore fino alla chiusura della Porta Santa. La Perdonanza è solo questo luogo certo, centro di gravità assoluto, confessionale, indiscusso, non negoziabile con le tante forme velleitarie che vogliono prendere la città dell’Aquila, espugnarla e farla cadere, declinarla e impoverirla per i propri fini politici e di partito, ma per quel che resta…, poiché la pietà cristiana, un certo tipo di pietà cristiana, e sfido chiunque a confutarla, consente di cogliere l’elemento che in questa città è una Rivelazione, l’annuncio di una condivisa religiosità popolare in una forza elementare ma da un altissimo principio ideale, quello del Perdono – che batte l’Anticristo, che custodisce nel suo ventre la maldicenza – con l’indulgenza, quindi, ma soprattutto la comprensione verso la “persona” al di là di tutte le qualità psicologiche e culturali di cui è portatore quell’uomo.Celestino V schiude un rapporto che era riservato a pochi privilegiati per spalancarlo in modo rivoluzionari a tutti, si badi bene, nel ventre della Chiesa dei privilegi, senza più caste, classi o gruppi sociali; censi, rendite o patrimoni; poteri, autorità, doti, superando le mondanità della fede cristiana e i suoi opulenti luoghi di sfarzo e giochi di potere per tornare ai valori originali che erano stati sottratti alla Chiesa delle persone. E ‘questa la Bolla del Perdono “senza tempo” catapultata nella nostra contemporaneità? Ma chi poteva osare, allora, chi poteva teorizzare tanto partendo da un Medioevo di morte, schiavitù e dolore da cui noi proveniamo, la nostra città e la sua memoria collettiva, che ha abitato, anche sotto le macerie, per poi ripartire e rinascere, e da se stesso, Pietro del Morrone, dai suoi stracci addosso, dai suoi luoghi impenetrabili della montagna e basta, mentre tutt’intorno la Chiesa era cresciuta in maldicente connessione con gli Stati, le armi e il sangue nelle mani: imperatori e papi, principi e vescovi che si accusavano e si maledicevano. Ma adesso proviamo ad esporlo ad un bambino questo racconto che sembra una fiaba, proviamo a descrivere una storia semplice, proviamo a spiegare, insieme, che cosa è quel ragazzo di 24 anni alle pendici del Morrone. Che cosa risponderà? Da che parte vorrà stare quel bambino?

San Francesco d’Assisi.

Spirito ribelle della Chiesa.

“San Francesco riceve le stimmate”, titolo della tempera su tavola, eseguita tra il 1480 e il 1485, (misura cm 136 x 134), attribuita al Maestro di San Giovanni da Capestrano, ma da una tradizione del linguaggio narrativo giottesco (le rocce, la vegetazione), esposta presso il museo MUnda – L’Aquila (affine alla tavola “Stimmate di San Francesco”, realizzata da Gentile da Fabriano, nel 1420 ca., con la medesima impostazione), e dagli eventi dinamici della stessa narrazione che si susseguono molto vicini alla pittura di Mantegna, Bellini e più tardi al Perugino. E’ autunno, le acacie hanno ormai poche foglie, ma sulla terra le erbe e fiori sono però sbocciati prodigiosamente davanti a San Francesco orante in un abbondante saio che lascia trapelare la ferita al costato, in ginocchio (sulla destra un frate che legge un libro, forse Tommaso da Celano ignaro di quello che accade), le braccia aperte e l’aureola che subito appare, le mani alzate per poter offrire, insieme ai piedi nudi, le estremità del corpo ai raggi stimmatizzanti che provengono da Cristo crocifisso, avvolto da piume rosso accese, roventi (la leggerezza spirituale protetta dal fuoco), circondato da nubi crepuscolari, cupe, tenebrose: così la croce è stagliata in cielo, sulla diagonale pittorica della tavola, dell’evento miracoloso. Le rocce dipinte per diventare altro, e quasi schiudersi, dialoganti davanti a San Francesco. Sulla destra la Porziuncola e il torrente del lebbrosario. La narrazione pittorica prosegue: i due frati sono a ridosso del ponte, per poi entrare nella città turrita ed “espugnarla”. Francesco è presentato, come il suo discepolo, però con un abbondante e consistente, copioso e per questo enigmatico saio, “l’Alter Christus”, guardato e ammirato, “copia autentica”, fedele, di Gesù, in un “fermo immagine”: non più il divenire e il mutare del tempo che può attendere, ma una sorta di stasi, adesso tutto cambia sembra dire e nulla sarà come prima, tanto che perfino la natura si arresta, anzi inverte il suo ciclo davanti all’unicità dell’evento sopra ogni cosa, delle stimmate, in un’azione – sacrificio, punto di non ritorno per il saccheggiato e scosso mondo della Chiesa dal suo mercimonio. Quell’uomo, Giotto su tutti, lo rende narrazione visuale, compendio per tutti, soprattutto per quelli che non potranno “acquistare” le indulgenze nel mondo malato del Medioevo. La sostanza di San Francesco si forma solo in quel momento, non si negozia. Questo sembra dire la figurazione pittorica tardo rinascimentale: l’immolazione, l’atto di devozione estrema di San Francesco di Assisi con la natura appunto in standby dentro l’evento che si compie, una sorta di fotogramma in attesa che qualcosa si avveri. Dalla pittura alla narrazione, alle parole: “Le mani e i piedi erano trafitti nel mezzo da chiodi – racconta dell’incontro con Francesco – le cui teste si vedevano nel palmo della mano e nella parte superiore del piede, mentre le punte uscivano dalla parte opposta; erano rotondi nel palmo della mano, e sul dorso lunghi, dove appariva un po’ di carne, a guisa di punti di chiodi ritorta e ribaltata, sporgente oltre l’altra carne. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi, sporgenti sull’altra carne. Il lato destro era poi perforato da una lancia, con una lunga cicatrice, e spesso mandava sangue, di cui molte si bagnava la tonaca e le mutande . . . ” scrive Tommaso da Celano, narratore, teologo, conoscitore delle Sacre Scritture, ma questa volta una sorta di anatomopatologo nella descrizione accurata delle piaghe di Francesco. Nato nel 1190 a Celano, da nobile e ricca famiglia, cresciuto nella migliore educazione possibile per quei tempi, di pedagoghi privati, e la scuola di agostiniani e benedettini tra il lusso, le corti e le missioni apostoliche, si trovò davanti, e non fu mai più come prima, l’uomo della “Madonna Povertà”, del Fuoco, dell’Acqua, della Terra e della Luna che divennero tutt’uno con le creature; l’uomo vestito di un rozzo sacco e di una particolare croce (l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, il Tau), senza la parte superiore, la “testa”, che esprime parità, uguaglianza e ancora oggi appartenenza. La notte del 3 ottobre 1226 Tommaso da Celano è presente alla morte di Francesco d’Assisi, toccò le sacre stimmate e da lì, da quella presenza, narrò la vita e la santità dell’ultimo degli uomini nelle paure e nella perdizione del medioevo di buio e morte, il primo ad istituire l’indulgenza plenaria per tutti, dai lebbrosi del lazzaretto agli uomini schiavi proprietà dei feudi.