Testo e fotografia Vincenzo Battista.
Il Presepe, tra i tanti significati che altro può essere se non “accoglienza”, un sostantivo che si riferisce all’atto di ricevere, dal latino “accipere” prendere con sé – per diverse componenti politiche questa parola nel nostro Paese è vista come la peste nera – in definitiva una semplice sacralità che abita in quella nicchia che chiamiamo spirito, visiva soprattutto perché il presepe lo diventa, non si interpreta la sua rappresentazione, e lì, una grammatica in termini evocativi, una pedagogia che scende anche a patti, sancisce addirittura un equilibrio tra i ricchi broccati che indossano i re magi (tutta la pittura del Trecento fino al Cinquecento della Controriforma ne è consapevole della Natività poi, oltre, la stessa pittura, diviene sempre più “laica…”) la loro ricchezza e sfarzo contrapposti a una sub identità antropica di un società ritenuta bassa di uomini e donne che non aspettano. Transumanti, in cammino, non si sa mossi da che cosa (eventi narrati nei Vangeli da Luca e Matteo anche con imprecisioni ed elementi soprannaturali), ma in cammino, che magari portano anche con sé qualcosa da offrire a quei rifugiati ed emarginati, sì sono loro la Sacra Famiglia in una grotta o in una capanna ( luoghi connessi con il divino, mistero e rifugio, è sempre la pittura che lo documenta ) delle alture di Betlemme, e per quanto questo possa sembrare apparentemente distonico, è così che si presenta la Sacra Famiglia, fuggitivi, smarriti, ma persone – anche se noi li vediamo avvolti dall’aurea sacrale e divina -, ma persone in carne e ossa in fuga. Sì sono loro, Maria, Giuseppe e Gesù dispersi trovano, infine, un qualcosa per ripararsi, alla ricerca della propria identità negata, proviamo a pensare, come tante altre “Famiglie” dalla distruzione fisica e il divieto elementare persino all’accesso dell’acqua, imprigionati dalle persecuzioni e dalla violenza, dai deserti in fuga o le città rase al suolo, e dalle loro ragioni di esseri umani. Mal visti, respinti, disprezzati per la sola ragione di esistere, cercano di salvarsi da morte e schiavitù, con i bambini che non ce l’anno fatta per il freddo, dalle bufere d’acqua, le inondazioni, le rovine delle case su cui si proteggono, l’olocausto di cui sono vittime, gli stenti per la fame, la violenza e le persecuzioni perché sono diversi e inaccettabili, dal genocidio in atto. Mentre i bambini che vagano tra le macerie sono alla ricerca dei genitori: non è tutto questo “Natività”? Ma poi, allora, quelle statuine che si poggiano nel presepe hanno radici profonde? In un certo tipo di Chiesa primitiva dell’accoglienza sì, è così, rievocatrice e non “mediatica” che inventa la propria plastica rappresentazione e lo vedremo nel primo presepe di Francesco, ma ben oltre questo, distinta, quella Chiesa primitiva, e distante dagli sfarzi e dal potere dei ricchi luoghi, per pochi, delle opulente Curie e dai personaggi con le mani curate e con ottimi pasti, e dai loro cerchi magici (Papa Francesco ne aveva fatto un suo emblema). Pertanto, pensate se ci fossimo trovati davanti a Francesco e fuori dalla grotta di Greccio nell’anno 1223 ( descritto dal suo primo biografo Tommaso da Celano, e scrive : “ Il bambinello s’era nutrito con il latte di una donna…”. ), mentre Francesco allestiva il primo presepe vivente preso idealmente dalle immagini nelle pitture bizantine delle chiese, la scena che prepara è costruita con le persone, tanto ingenua nella semplicità scenica con i personaggi che si chiedevano che cosa stesse accadendo in quella esperienza comunitaria, quanto apicale nel livello di comunicazione. Giotto, invece, nella tredicesima scena degli affreschi di San Francesco nella Basilica Superiore di Assisi, rompe e spezza in maniera rivoluzionaria con una pittura, a dir poco dirompente, la scena della Natività che vede religiosi e sacerdoti, ceto alto sociale con i pregiati tessuti medioevali riuniti in un sontuoso edificio di culto cristiano, tutti che osservano e si inchinano al Bambinello nella mangiatoia, e Francesco con l’aureola che lo abbraccia. All’interno però dello stesso edificio signorile ci sono il bue e l’asinello: appunto Giotto in quel contesto indica una “rivoluzione”, con un chiaro evidente messaggio per la Chiesa che deve trovare la sua sobrietà, un messaggio incompreso, che ha attraversato il tempo, dove però adesso, in questo nuovo tempo, siamo noi davanti ai perseguitati…
Le immagini.
Scanno, il presepe allestito nella chiesa di Santa Maria della Valle (edificio romanico, presente dal XII secolo).











































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