Palazzo Boncompagni, Bologna, 3 febbraio 3 giugno 2026.

Testo e fotografia Vincenzo Battista.

La sagoma dell’Italia che specchia e fa specchiare è forse il punto di caduta “dell’Infinito” di Pistoletto – il suo DNA – che torna, nel suo spazio-tempo costruito in laboratorio ma che poi ha bisogno degli elementi naturali e non; nel suo vagare Pistoletto è come una sorta di cellula interspaziale, Voyager proviamo a pensare, che si autoalimenta e trasmette, emette segnali, e questi tornano… Ed è proprio qui, nel domicilio della parola e delle forme, nel salone della rappresentanza storica di Palazzo Boncompagni, ossia prende forma il principio concettuale della mutazione quasi alchemica che le lastre di specchi catturano, s’incaricano di avvicinare lo spazio e il tempo, cioè il soffitto con i grandi teoremi affrescati Manieristi e della Controriforma, catturati sì, e resi linguaggio nella grammatica delle arti visive che non hanno dogmi, non più nel loro infinito di leggendario Barocco, spesso inarrivabile, ma è adesso. Pistoletto, il “Pirata” “dell’oltre” supera i confini che sono fatti per attraversarli, vuole che la parola laica si misuri con la parola dell’infinito di Dio. Pistoletto nella sua solitudine, perché questa deve essere la forza del suo destino, ci getta nello scompiglio più raccapricciante, attraverso il linguaggio delle forme e dei saperi della stessa parola, straordinariamente contigui, ma sediziosi, rivoluzionari, irrispettosi perché non si accetti nulla, non si accetti se non la trascendenza, che forse non lo sappiamo ma ci appartiene, e poi la sublimazione…