L’Aquila. Celestino V e quella madre dolente che sembra staccarsi dalla pittura del Pontormo.

Testo e fotografia Vincenzo Battista.

Non sapremo mai se qui, quando saliamo con il crocifisso portato a spalla, nel sentiero che conduce nell’eremo di Celestino V sul Morrone, siamo dentro il set di Pasolini: “il Vangelo Secondo Matteo” il film, ma come altri, che rende scenica e storicizza la sua cinematografia, introducendo la pittura ( veri e propri quadri ricostruiti e filmati ) di Portormo, Rosso Fiorentino, Vasari, Piero della Francesca: Crocifissioni, Deposizioni, Processione al Calvario, del Rinascimento e Manierismo che hanno letteralmente “folgorato” Pierpaolo Pasolini, allora studente, nelle lezioni tenute dallo storico dell’arte Longhi, a Bologna. Poi, sul sentiero stretto che scende verticale e si inarca sulla forra sottostante, e frusta la montagna, ma tiene il precipizio, sui blocchi incerti di pietre affioranti qualcuno scivola leggermente sul brecciato, si scompone per tenere l’equilibrio e il peso del “legno”, il crocifisso oscilla, flette e quel volto di Gesù scolpito, tutto avrebbe pensato, meno che a questa “Passione” degli uomini, una spinta di un ordine morale quasi siloniano ( Silone salì su per il romanzo “L’Avventura di un povero cristiano”, scrisse dell’eremo e della grotta di frà Pietro come di un “sacrario”: voleva toccare con mano il mito di Celestino V vestito di stracci e la sua solitudine nella montagna… Che avrebbe detto Silone del crocifisso portato a spalla! ), che sorregge questa pattuglia di persone (mi hanno chiamato, li ho raggiungi dall’Aquila), in solitudine appunto, e senza effetti mediatici, a tornare lì… Adesso si riesce a scorgere l’eremo, la sagoma cupa in controluce dell’impianto religioso poggiato su una falesia. E se le reliquie di Celestino V, il loro senso religioso, l’attribuzione del sacro, l’aspetto magico evocativo primeggiano nei luoghi elettivi della sua santità, tanto più i frammenti di una sequenza storica attribuita all’eremita si ricostruiscono, in un ambiente imprescindibile, ancor più con le immagini in bianco e nero comunicano una archeologia primitiva delle sue azione incise sulle pietre e nel suo peregrinare nella montagna. Le reliquie di Celestino V ci dicono delle stratificazioni ed accumulo di tracce secolari, dettate dal rapporto uomo – natura, ultima traccia in vita, connessione diretta ( costituite dal cilicio, tunica, scapolare, sandali rappezzati, cappuccio di stoffa, indumento intimo indossato direttamente sul corpo nudo era la camicia conosciuta con il termine di “ interula” – calzone e chiudeva polpacci e piedi in fasce e calzari, catena per morificare il corpo e tenere la tunica – catena aurea) che, nella solo visione, i fedeli hanno il pensiero di possedere il personaggio e gli indizi di santità e in essi connessi, le proprietà curative per combattere il male nei pellegrinaggi a piedi  fino all’eremo di Celestino V. Entrare in un mondo metastorico, le reliquie sono il diaframma aperto, il Morrone diviene dunque una biblioteca vivente, così le sue genti nella memoria di frà Pietro.  Ma se ci spostiamo da lì, da quei luoghi mitici della storia collettiva, un’altra grande forza comunicativa si afferma nel desiderio di partecipare, di “segnare” la “partecipazione” e lo vedremo, come fosse un sigillo, il valore evocativo, il culto della testimonianza in quello, che, ancora una volta sembra un gruppo del Pontormo, la sua “Deposizione” sembra quasi tornare, ma questa volta in quei ragazzi seduti e raccolti che restano lì nel cimitero dell’Aquila, quasi si dessero il cambio ( ma allora è anche questa la “città delle persone”, e non lo sapremo mai! ),”… La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole” così scrive Italo Calvino sulla memoria nel libro “Le città invisibili”. Davanti alla tomba di quel giovane ragazzo scomparso prematuramente che non vogliono che sia lasciato solo, arrivano i ragazzi, i suoi compagni, risalgono il viale, si siedono a terra e nelle loro parole rarefatte, ma non importa, è come se svolgessero un’antologia… E lì, ancora, la madre di quel giovane ragazzo sembra scivolare tra i cipressi, china in quei pochi gesti affronta la sua giornata, così è Maria, come lei, sospesa, senza né cielo e né terra, nella “Deposizione” del Pontormo, ma lei, quella donna, è protetta “come le linee di una mano” da quei ragazzi e dal loro attaccamento, dalla loro purezza…