Testo e fotografia Vincenzo Battista.
La “campana”, ossia l’equilibrio sul mondo, possiamo parafrasare, un reperto il gioco con le sue regole, una capsula del tempo scampata non si sa bene come a quale disastro pedagogico, un quasi niente nella memoria di poche, bambine soprattutto, disegnata con il gesso, come se fosse una formula matematica da decriptare sull’asfalto del Castello cinquecentesco dell’Aquila: un enigma, che significa allora? qual è il suo archetipo prima del gioco, un po’ come le formule degli aztechi che ancora aspettano. Precipitata lì chissà da quali mondi dell’antichità millenaria in un epoca – la nostra – dove tutti sono oramai curvi con la testa a scrutare il cellulare, e persino i bambini, soprattutto i bambini. È quasi certo che i romani la usassero la “campana”. Equilibrio, destrezza, rapidità dei movimenti, scaltrezza per i centurioni delle legioni, un allenamento costante e continuo prima degli scontri in battaglia.” La campana”, non vi diremo le regole… ma quando scende la sera intorno al castello dell’Aquila, resta solitaria, spaziale, incomprensibile come la sua memoria e il suo “graffito” che adesso però, dopo 45 anni, è nei chip della sonda spaziale Voyager 1, la prima esplorazione del sistema solare esterno a più di 24 miliardi di chilometri dalla Terra. Questa distanza corrisponde a circa 22,3 ore luce. La luce impiega più di 22 ore per viaggiare dalla Terra a Voyager 1 e viceversa nel viaggio interspaziale, tuttora è in attività, ancora ci “parla”, e ha una serie di informazioni che porta con sé sui terrestri compreso il vagito di un neonato. E 45 anni fa, voi, giocavate a “Campana”? Sì, 45 anni fa, nel 1980, il gioco della campana era ancora popolare tra i bambini. Un gioco tradizionale, conosciuto e praticato in diverse varianti, che coinvolgeva salti ed equilibrio su una serie di caselle disegnate a terra, la terra che solo Voyager 1, con la sua intelligenza artificiale può ancora sognare…















