Testo e fotografia Vincenzo Battista.
I sotterranei di Orvieto, 1200 cavità censite sino ad oggi nel sottosuolo della città fortificata e armata – difensiva su un terrazzamento anomalo ed emerso, geologicamente, della pianura circostante. Dalle cisterne etrusche del V secolo a quelle medioevali e rinascimentali. I cunicoli scavati nella lava utilizzati per captazione idrica. Orvieto e la sua città dormiente e segreta: pozzi, grotte, cunicoli come detto, cavità naturali nelle diverse epoche storiche, caratterizzano il paesaggio del sottosuolo scavato senza soluzione di continuità. La cultura materiale è presente nella lavorazione dell’olio di olivo con macine in pietra che, nei grandi vani che le accoglievano ricavati scavando le volte, frantumavano le olive. Le macine erano spinte e fatte ruotare tra loro dagli animali. Le gallerie scavate nel tufo si aprono su vasti ambienti sorretti da pilastri e colonne per sostenere la volta. Tra le sale e le anse ricavate si accede in un locale denominato piccionaia: tufo scavato a moduli paralleli, cavità per allevamento intensivo dei piccioni, tanto importanti a seguito degli assedi a cui era costretta la città. L’approvvigionamento della carne e delle uova permetteva alla popolazione il sostentamento e mantenere anche per lunghi periodi l’isolamento appunto dalla rupe di Orvieto, così denominata. La rupe, quindi, di tufo e pozzolana (cenere solidificata) nella sua posizione geografica e strategica gli etruschi, nel IX secolo, l’avevano individuata tanto che lì fondarono Vezna, città potente e temuta nello scacchiere delle città – stato. Caverne, gallerie e pozzi si scoprono nei passaggi del sottosuolo, ma che si aprono e verticalizzano gli accessi alle abitazioni civili sovrastanti: un vuoto d’ambiente sotterraneo utile alle famiglie per stoccare alimenti, spazi sotterranei per le rimesse agricoli, attrezzi e conservazione prodotti.

























































































































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