Testo e fotografia Vincenzo Battista.

Narrazioni, proiezione di storie nel cuneo d’ombra dove sono state e vissute. La formazione e la costruzione delle storie, il resoconto di un paesaggio vissuto ma che non è stato mai così rappresentato.

Il borgo di Secinaro e il massiccio del Sirente. La costruzione delle storie.

Luigino Barbati, chef, prepara il cibo dei racconti.

Nel piazzale della casa dei fratelli Barbari a Secinaro l’arca in legno di faggio aperta e scomposta in attesa del restauro. L’arca è stata costruita intorno al 1890.

Le storie.

Luigino Silveri (anni 86).

“Mio Padre Francesco Silveri, falegname a Secinaro, era nato nel 1911. Per fare le arche tagliava gli alberi di faggio o noce con il segone (due persone alle estremità) per fare le “mezzine”: tavole di 10, 15 centimetri. Poi si scavavano le buche, i pozzi (al coperto o nelle cantine) e le tavole con il letame, paglia e terra venivano fatte così stagionare. Anche dopo un anno si tiravano fuori dai pozzi. Le tavole allora si piallavano a mano, i pezzi delle arche erano riuniti senza chiodi e con le guide intagliate nelle lastre di legno che così si incastravano. Questi mobili servivano per chi si doveva sposare. Spesso venivano i proprietari degli alberi che avrebbero tagliato, portavano poi i tronchi per fare i mobili. Dentro l’arca si metteva il pane. L’arca si lavorava con l’ascia e si raffinava a mano. Il fuoco serviva a “macchiare” il legno”.

Le storie.

Francesco Graziani (anni 87).

“Sono nato a pane e mazzocche a Secinaro. Si mangiava come meglio trovavi in giro: patate per esempio. Andavi in campagna, si raccoglieva tutto, anche le sorbe per sfamarsi. La polenta si preparava dentro il caldaio al camino. Si accendeva il fuoco. La farina di granturco si prendeva al mulino di Gagliano Aterno (elettrico). Anche a Molina lungo il fiume Aterno c’erano due mulini con le macine in pietra mosse dall’acqua che frantumavano grano e granturco. Il mugnaio voleva dieci chili per un quintale di farina di granturco. Con il setaccio la farina si doveva filtrare, ma molte famiglie la mangiavano anche con la crusca. La polenta si girava nel caldaio per farla impastare almeno per un’ora. Si metteva sopra la “spianatora” in legno, non c’erano i piatti, anche dentro il bacile smaltato. Si condiva con il grasso di maiale, la ventresca. Del maiale lavorato non si buttava niente. Nei pomodori la ventresca e si condiva così il sugo. Il giorno dopo di nuovo la polenta. Ogni famiglia aveva almeno dieci pecore, dieci capre, due o tre muli o somari per andare in montagna a prendere la legna. Le minestre erano preparate con i fagioli al fuoco del camino, si ammassava la pasta e si ammassavano le sagnette (sopra l’arca di legno) appunto con fagioli. Nella fiera di sant’Agata, il 5 febbraio, a Castelvecchio Subequo si comprava un maialino piccolo, si teneva l’estate e a novembre lo scannavi per la carne, per il fabbisogno della famiglia. Le rape, la cicoria, i finocchi, i cavoli si mettevano in fila, coltivati, per avere una grande produzione. Così i prodotti si vendevano a Rovere, andavi con il somaro e le ceste cariche di ortaggi. Si barattavano con le patate, non c’erano allora i soldi. Si partiva verso L’Aquila, a Fossa prendevamo le lenticchie, ceci, cicerchie e fagioli che si coltivavano lungo il fiume Aterno, e sempre con il baratto. Le pizze dolci si cuocevano sotto il “coppo” del camino con quello che avevi in casa. Allora la neve era tanta, il paese era completamente coperto, non uscivi per lavorare. Si usavano i sacconi come materassi, dentro le foglie di granturco. Le lenzuola in cotone dei sacconi tessuti al telaio in legno e si scaldavano con il ferro da stiro ( in ferro battuto) poggiato sulla brace del camino. In montagna si raccoglievano le fascine di faggio, si vendevano nei paesi. Si partiva verso l’una di notte e si arrivava a Pratola Peligna per barattare le stesse fascine con qualcosa da mangiare. Le famiglie avevano anche sei o sette figli a Secinaro. D’inverno dentro le case si scavava con il piccone per avere altri spazi. Anche i somari si usavano per portare via la rena che si toglieva dalla roccia. Caricata dentro le bigonce in legno si trasportava. La breccia più fine si passava con un setaccio e si utilizzava per sistemare gli intonaci della casa. Dentro le grotte così ricavate si metteva di tutto: patate, mele, maiale ad essiccare, pere, uva e mele cotogne. D’estate al Sirente si costruivano le capanne, al piano della Ghia e a Sacco Sirente. Si restava lì molte settimane per tagliare la legna e trasportarla con i muli. Si mangiavano le minestre con le patate, verdure, cicoria e tutte cotte al caldaio, oppure la zuppa con il pane secco, il pancotto con le foglie di lauro. Dentro le capanne ci dormivano fino a quattro persone”.

Il cibo preparato da Luigino Barbati.

Polenta con il sugo, salsicce, spuntature di maiale, brodo con carote e cipolle.

Cresta della bieta con il pomodoro e aromatizzato con erbe aromatiche.

Crema di patate e cavoli ai quattro formaggi.

Bieta lessata.

Minestra con patate, cavoli, ceci, carote, cipolla, sedano, finocchio, e verdure varie.