Testo e fotografia Vincenzo Battista.
Cimabue, Crocifisso. Ca. 1268 -1271. Tempera su tavola, 336 x 267 cm. Arezzo, chiesa di San Domenico.
Il Cristo dolente (Christus Patiens) è il tema iconografico della crocifissione di Cimabue. Un modello di diffusione durato tutto il XII secolo in Europa. Bizantina la sua origine escatologica. Il corpo di Cristo non pende dalla croce, le braccia sono allungate, non sorreggono e non scivolano con il corpo. È in definitiva l’ultimo sussulto che Cimabue cristallizza. L’estremo doloroso istante dell’agonia è nel pathos spinto e irreversibile della Crocifissione. La geometria compositiva compie nel busto, addome e gambe un curvilineo impietoso fatto di sfumature e luce spirituale secondo gli intendimenti di Cimabue, abbaglianti e per questo geometrizzanti. Il chiaroscuro confeziona una pittura maestosa, limite, che confligge con la figurazione per tentare di armonizzarla oltre ogni limite. Una sorta di “S” questo vuole Cimabue, flessuosa e drammatica, una frustata sull’umanità attonita, oltre le regole bizantine della tradizione. Cimabue crea un affetto conturbante ed eversivo per quel tempo. Una crocifissione con l’uso della doratura e del rosso, patine e colori preziosi dentro una cimasa e un clipeo con il busto del Redentore, la Madonna e San Giovanni evangelista vestiti con l’agemina. Il Cristo. Testa reclinata, sofferente, le ginocchia riverse verso il basso poiché è il corpo che spinge. Le ferite agli arti e sul costato. I volumi anatomici e chiaroscurali, la muscolatura quindi. Christus Patiens, un linguaggio incarnato nel corpo tripartito, le mani affusolate ed appiattite, la doratura del perizoma dal sapore romanico – bizantino. Suscita compassione nei fedeli e comunica attenzione alla figura di Cristo mai vista così. L’empatia alla passione di Gesù. Infine il volto dalla raffinata lavorazione plastica pittorica. Gli occhi chiusi di Gesù geometrizzati in un curvilineo accentuano i segni della sofferenza, la testa reclinata verso la spalla e il corpo contratto, il colore in terra verde e bianco (chiamato “verdaccio”) con successivi strati e tratteggi sottilissimi orientati con il pennello nel movimento fisico del volto, del corpo, del busto. L’ocra chiaro intorno agli occhi e l’arancio della gota sinistra. La barba, lanugine bruna, raffinatissimo esempio di sottilissime punte di pennello che si diffondono e cromie diversificate (diversi bruni e chiari intinti di arancio) ma così riunite tanto da creare morbidezza, prestigio, rilievo e caratura a quell’essere indifeso.






































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