Testo e fotografia Vincenzo Battista.

Oggi, venerdì 3 aprile 2026.

La “Vestizione” della Confraternita della Madonna del Carmine nella Basilica di San Bernardino, prima della Processione del Venerdì Santo a L’Aquila. Tra le navate laterali ci si spoglia degli abiti dell’identità civile, un atto che declina nel rito della “Vestizione”, e si compie, con il “passaggio” in quella “appartenenza” della missione laica, solenne, poiché le origini risalgono alle prime comunità cristiane sviluppatesi nel Medioevo. Rito intimo, carico di simbolismo, atto di fede, la “Vestizione” della confraternita: la soglia è varcata, il “passaggio” quindi è adesso. La mozzetta, il medaglione del culto, il cappuccio – immaginiamo – che un tempo lasciava solo i fori per gli occhi, simboleggia il nascondimento. Carità e umiltà si confrontano in una “sostanza” senza volto, ma solo “ombre” che si uniscono, illuminate, a tratti, dalle fiaccole. I visi coperti, quindi, poiché quel tipo di umanità è il cardine della Misericordia che non può avere sembianze, ma solo il principio dell’unità dietro i Misteri portati a spalla.

Umiltà, penitenza e devozione – sembra di leggere le Laudi di San Francesco –, il cordone ai fianchi é povertà, il nascondimento di sé è il prerequisito. Si muoveva, la confraternita, a piedi scalzi, molto tempo fa, con stendardi, croci, torce e fiaccole, ma di questo non abbiamo più memoria: Aquila buia e tetra nel suo salmo penitenziale possiamo solo immaginarla. Adesso tutto nella Basilica è scenario nella crudeltà dell’espiazione, tortura e morte nella Processione che si prepara, e che la avvolge con il salmo del Miserere di Saverio Selecchy, cantato o recitato, il dolore pubblico o privato, lamentazione, anche del rammarico…, ma ormai è troppo tardi….

Il raccoglimento è in un’unica unità di figurazione, l’anima sottile dei presagi e misteri che non ha parola, e in fondo, ombre che si proiettano come un caleidoscopio tra le quinte dei palazzi dell ’Aquila, tratti distintivi che si stagliano nel centro storico, con gli abiti devozionali muti testimoni delle molte confraternite aquilane. La veste “dell’anonimato”, un tempo, sfilava indossando incappucciata la cappa, come detto, ossia il copricapo rituale, conosciuto anche come capirote in altri riti cristiani. Il Venerdì Santo è il giorno del silenzio e della “caduta”, con un tempo che rispetto ad altri giorni fatica a trascorrere nelle litanie nella notte del lutto e dei giorni successivi: le espiazioni sono proprie del crepuscolo, dell’attesa… I corpi delle confraternite si muovono plasticamente, un cupo messaggio avvolge la città.

La vestizione, ancora da sottolineare, un rito quindi a sé, indossa il cordoglio e l’identità della penitenza, un principio della “distanza” che accomuna le confraternite con la società conosciuta, un rito che resta “altro” e misterico: è il valore culturale e spirituale non negoziabile della tradizione cristiana che protegge il perimetro della processione dove, nell’oltre, non c’è nulla, non c’è salvezza, se non nella “Passione”. L’abito del “sacco” e della mozzetta, quindi, i gesti lenti nella tunica, il cordone, l’emblema simbolo della confraternita: separazione sociale, il dogma per l’espiazione, e loro, i contadini, i poveri e gli esclusi, i mendicanti e gli emarginati – venivano accettati dalla confraternita senza porre requisiti – gli artigiani, i lavoratori della terra ma molti decenni fa, mentre il censo aquilano, la nobiltà molto vicina alla Chiesa della Curia, distinta e distante da quel mondo del popolo minore, sceglieva di portare il catafalco ligneo dipinto di nero del Cristo Morto, coperto da un velo, come peso della loro penitenza, ma forse non dei loro peccati…