Testo e fotografia di Vincenzo Battista.

La luna. Astro e mito nelle credenze popolari, parallela al mondo terrestre, dalle particolari influenze, invocata e attesa, segnava un tempo il calendario contadino nei ritmi biologici: dalla lavorazione delle carni del maiale, al vino; dalla semina alla raccolta, al taglio dell’erba, fino al mal di luna, agli umori. La luna. Distributrice nel paesaggio di rassicurazioni, certezze, “guida” tanto bastava per ascoltarla, seguirla. La luna. Persino lei, invano, quella notte, aveva forse persino invano di opporsi, di essere più che mai presente come simbolo premonitore: “ Come non si era mai vista” dissero alcune voci, i brani della tradizione orale, dell’immaginario collettivo, scaraventati nella tragedia che si abbatté sul  borgo di Onna. Quella notte la luna uscì dalla sua dimensione messianica, solidale, di buon auspicio, e dalla liturgia del lavoro rurale, dalle fiabe abruzzesi e dalle leggende spalmante sul paesaggio della Conca aquilana, mutò, prese il posto di un testimone dell’eccidio dei giovani e contadini nella strage del giugno del 1944. A Onna furono trucidate 16 persone dalla furia nazista, nove giorni dopo la strage di Filetto, la gente ricorda anche una pioggia sottile, continua, insistente, ma che cessò poi. Divenuta nel tempo della memoria un segno distintivo, desueto, forse quello più vicino ad una cultura popolare che tra urla strazianti, tra suppliche per aver salva la vita poiché non capita cosa avesse commesso, tra occhi imploranti, fu travolta, lacerata, per sempre, segnata nel suo piccolo tessuto sociale. Si smarrì. E quella microstoria, una delle tante degli efferati delitti commessi dai nazisti in Italia in quel periodo, quello “smarrimento” di una società locale, oggi è possibile ripercorrerla in un libro del 2004 “ Indagine di un massacro. La strage di nazista di Onna, di Giustino Parisse e Aldo Scimmia, con immagini inedite di Cesare Zugaro delle case ridotte in macerie e i volti dei familiari davanti le bare dei martiri che costituiscono uno spaccato di antropologia del dolore. A noi piace pensare che il libro possa essere letto, recuperato nella sua memoria, sfogliato in classe, insieme ai libri di Leopardi, Manzoni, D’Annunzio, anche per pensare insieme che Luigino Ciocca, il più giovane dei martiri, aveva allora appena 15 anni, lo avremmo visto portare per mano a scuola i suoi nipotini.

 

Quel che resta, e l’inaugurazione della Chiesa di San Pietro Apostolo a Onna. La “Discesa” della statua della Madonna delle Grazie

 

 

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