Testo e fotografia Vincenzo Battista.

Un lembo di territorio che si appoggia alla riva occidentale del fiume Aterno, area densa di “macerine” e cumuli di pietra, risultato dello spietramento che è proprio di una particolare lavorazione del terreno, eseguita sempre in fase di preparazione del suolo a usi agricoli come le semine. Un lavoro duro, praticato nei decenni trascorsi per il miglioramento fondiario di piccoli appezzamenti, per rimuovere dal terreno pietre e grandi massi per le coltivazioni di cereali e legumi e rendere più agevole la lavorazione del suolo, quindi bonificarlo dalle pietre superficiali che venivano rimosse e accatastate seguendo un ordine ben preciso nel paesaggio agrario diffuso del Solco dell’Aterno, con un’attenzione rivolta a non occupare le aree rese così fertili dallo stesso spietramento. Con le medesime pietre si determinavano e si costruivano le capanne in pietra a cupola, composte manualmente a secco: pietre unite tra loro senza calce, con la giusta inclinazione verso l’interno della capanna che lentamente prendeva forma. La struttura si alzava a forma di cono fino alla chiusura sommitale e, per compressione tra loro, le pietre garantivano la tenuta del manufatto agricolo che non aveva smottamenti. Utilizzate per ripararsi in caso di maltempo oppure come ricovero per la notte per non tornare nelle abitazioni di Fontecchio. Dalle prime ore del giorno (“da stella a stella”, raccontano), dall’alba al tramonto, si lavoravano le terre. L’ingresso della capanna in pietra, nell’esempio osservato e rilevato (la capanna è stata costruita su uno spietramento, ma elevata in altezza), si presenta con grandi pietre che fungono da spalle (cornici e contorni, rivestimento laterale dello stipite) dell’ingresso della struttura. Due massi allungati, e forse questi sgrossati e lavorati con la mazzetta in ferro per dare una forma similare agli stessi massi, formano così una cuspide che, anch’essa per compressione, mantiene l’ingresso ben congiunto, anche con la spinta verso il basso che esercitano le grandi pietre poste sopra le due forme cuspidali citate che si osservano appunto sul frontale della capanna: danno in altezza l’accesso verso l’interno. In altre capanne della zona, l’ingresso è con pietre architravate. La struttura in pietra a secco poteva ospitare anche tre persone che prendevano posto nel perimetro interno della stessa capanna in pietra. La terra e il muschio, infine, hanno rivestito nel corso dei decenni la parte sommitale del ricovero. L’orientamento dell’ingresso della capanna era rivolto verso i campi coltivati. L’interno della capanna presenta le pietre abbastanza livellate tra loro che formano, infine, una cortina ben uniforme. Lo spietramento dei campi era complesso: le pietre venivano ammassate su un fronte che doveva restare compatto e non scivolare sui terreni. I massi venivano incastrati sapientemente e con perizia tra loro, fino a creare un vero muro di sostegno, e poi si procedeva a scaricare i massi sulla sommità che si allargava ed oggi è ricoperta da muschio, mentre il perimetro murario del fronte dello spietramento si allungava e scendeva, seguendo l’andamento inclinato del suolo. I contadini delle aree contigue e confinanti, che coltivavano i campi, scaricavano i massi su un unico spietramento comune, e per questo si osserva una serie di spietramenti su tutto il paesaggio di “Colle Caio”. Lo spietramento, tuttavia, era considerato una pratica manuale comune e diffusa nella rimozione dei massi, storicamente eseguita a mano, estremamente difficoltosa e pesante nel lavoro dei fondi agricoli. Le pietre venivano trasportate con le ceste fino al luogo di deposito oppure a braccia nude, e formavano cumuli che crescevano in altezza ai bordi dei campi coltivati, come si osserva nel territorio alle pendici di “Colle Caio” (Colle Caldo) preso in esame. Vicino a questi terreni, in un fosso scavato, una nicchia con una sorgente rara e preziosa per tutto il versante, ancora adesso, dalla quale prelevavano l’acqua i contadini con un contenitore e una corda che scendeva nel fosso. Fino agli anni ’60 del Novecento, si racconta, l’acqua del fiume Aterno si poteva bere. L’ingresso della capanna in pietra a secco veniva protetto contro gli animali selvatici, soprattutto la notte, con i rovi intrecciati. Infine, il cibo, preparato in una “casetta” nell’immediato borgo di Fontecchio con i prodotti locali, veniva cotto nel fuoco del camino, come vuole la tradizione locale.

Con noi, Primo Bendetti, Angelo Benedetti, Domenico Di Nardo.