


L’Aquila, una storia di generazioni in cammino…
Testo e fotografia di Vincenzo Battista.
A leggere la scarna cronaca della signora Jattilli, sembra di immaginarla, lei, protagonista che si racconta in una sceneggiatura, una strisciata di un film che narra la distruzione totale, implacabile, ma soprattutto apre, senza retorica, messaggi di vita e di speranza, e lo vedremo, custoditi dentro l’inferno che da lì a poco si scatenerà. Il viaggio, nei fotogrammi delle macerie e del dolore, lo chiameremo così, di una bambina, la signora Jattilli appunto, che a quell’epoca aveva tre anni, tenuta dalla madre per mano, piccola, stipata nella chiesa di San Domenico, insieme a centinaia di persone, forse ottocento, che aspettano la distribuzione delle candele.
E’ un giorno importante, il due febbraio 1703, presenti le confraternite, il clero sontuoso per la festa di Purificazione della Vergine quando ” sù l’ore dieciotto, e mezza, celebrandosi l’ultima Messa il demone che vive nel ventre della terra si agita e scuote la città di Aquila, muggiti e orrendi fragori sotterranei l’avvolgono, spaventose voragini l’attraversano, vapori e acque sulfuree lattiginose ne prendono possesso, mentre lampi e fuoco dalle viscere della città dantesca luogo dell’estremo Giorno del Giudizio” raccontano le testimonianze cariche di angusti presagi popolari, fuoriescono dal suolo e le chiese sono sbattute come navigli da onde burrascose, il campanile del Duomo si piega e l’arco basilicale della chiesa di San Marco fu visto tre volte aprirsi e tre volte richiudersi: ” Che sono quasi a terra – è scritto in una relazione dell’epoca – le chiese di San Bernardino, S. Filippo, la Cattedrale, S. Massimo, S. Francesco, Sant’Agostino, con il resto di tutte le chiese, e monasteri di detta Città insieme ai palazzi ò rasi ò cadenti, la Fortezza verso tramontana è caduta, il resto molto intronato, a segno tale, ch’è stata abbandonata dal castellano, e dalla guarnigione, che dimora tuttavia in campagna”, per proseguire, spostando il campo visivo dei fotogrammi, fuori le mura su ” li viventi restati a tanto sterminio, tutti in campagna aperta sotto capanne, e tavole, ignudi, miserabili, e mendichi, con calamità, e miserie inesplicabili”.
Quando i fumi delle
macerie si diradano, il film continua, c’è solo silenzio, e da sfamare con il
pane nero, “la gente bassa”, i sopravvissuti, è scritto in un’altra
relazione del procuratore fiscale della regia Audienza dell’Aquila per il
riconoscimento dei luoghi e terre danneggiati dal sisma: ” I Preti che
tengono il grano – annota -, non vogliono darlo ai prezzi stabiliti e il
Vescovo, trovandosi già venduto quello della Mensa, non fa niente dal canto
suo; anzi ha permesso di farlo salvare nei Conventi e luoghi pii secolari
benestanti, e di cuoprirlo sotto il manto dè Preti…”. La chiesa di San
Domenico è crollata, portandosi dietro il più alto numero di sepolti, seicento
morti, dentro un edificio pubblico, e molti feriti invocano tra le macerie, tra
questi una bambina tirata fuori dal fianco della madre, poiché lì aveva trovato
riparo. La chiesa non esiste più, solo una cappella è in piedi, un’abside
laterale, una sorta di “conchiglia” che ha protetto la piccola
Jattilli. È in salvo. Il film ormai è al termine, sono passati molti anni e la
signora Jattilli, nel 1803, a cento anni dal sisma, tornò nella chiesa di San
Domenico, tornò nello stesso posto per assistere alla messa e segnare, con la
sua presenza, quel messaggio di vita che il demone delle profondità della terra
non riuscì a portarsi con sé. Visse fino a centocinque anni, sette mesi e
alcuni giorni insieme alla città di Aquila…









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