Testo e fotografia Vincenzo Battista.
Ma come si può costruire una città dalle “nevi perenni”, Aquila, “chiusa e blindata” per oltre 6 mesi l’anno, “Terra di Germania ” così definita. Una città impossibile, delle sfide, in luoghi incerti, da inventare, in posizione inadatta da venti e bufere, (anzi le quinte degli edifici a schiera sembrano cercarli, vuole che li fronteggino nella sua altura che separa due altopiani allungati nella Conca aquilana delle genti di Amiternum e Forcona), dai mutamenti sociali e cambiamenti continui e dalle comunità sottomesse, colonizzate (dalla civiltà romana ai romani…), senza pausa, guardinga e diffidente, per secoli, ma non nel suo epico, ed inedito, inizio… “Il Viaggio” e lo vedremo. Una città dalla latitanza antropica sulla Via degli Abruzzi (per attraversare le foreste per oltre 15 giorni non si vedeva il sole) delle merci, pellegrini e dei “coraggiosi” (si raccomandavano i testamenti per chi vi si inoltrava!) ma va bene cosi…. Pertanto, come è possibile sfidare così la natura e l’ambiente alterato e ostile, o degradato dalla pressione sociale e dalle attività umane, che lo rendono, per i freddi, dannoso per la salute e il benessere delle specie viventi dove quello che germoglia è un eufemismo, oltre gli ecosistemi impossibili da domare. Eppure, non lo capiremo mai, la città impossibile inventa economie di scambio di un valore autoctono – particolare quelli della lana e zafferano alle pendici del “Monte Corno” -. Devastata e ricostruita la città, addizionata e sottratta nel suo costruito (se le pietre potessero parlare…). La città dai conci lavorati, bocchi squadrati per l’aspetto estetico di prestigio in un muro per il censo aquilano, poi calce, sabbia e pietre informi per il popolo minore che edificava appoggiando le case le une alle altre. Caduta, la città, per gli eventi sismici in cumuli di macerie, e, con quello che si trovava tra le macerie per le strade – avanzi di stipiti raffinati in bifore con colonne e monofore -, rimessi e riposizionati in maniera incerte, dove capitava, nelle facciate dei palazzi e case che si rivelano ancora così dopo che sono trascorsi molti secoli, oltre ad alcune inclinazione degli edifici nel centro storico per effetto sempre delle scosse telluriche (lo vediamo alzando gli occhi in città). I terremoti, quindi, la storia tragica della città fino alla peste nera e alle carestie, agli assedi, e alla povertà delle risorse (un enigma per chi è voluto restare!), soprattutto in un paesaggio arido che poco sapeva offrire al centro della dorsale degli Appennini, e pertanto Aquila celata e isolata, ancora oggi una costante, celata e isolata, che sembra solo aspettare…. Aquila, piuttosto un sogno che mescola incoscienza e sentimenti nel restare qui, con strade in saliscendi come fosse un luna park. Una visione incompiuta, Aquila, da provare a mapparla, disegnarla con la china vegetale su una pergamena con vie ortogonali come se fosse una città greca del VII sec. o VI sec. a C., ovvero il controllo geometrico dell’urbanistica, dalla conformazione greca come detto, con gli edifici di culto e civili timidamente rappresentati e i “locali”, che a vederla, la mappa della città appunto di Pico Fonticulano, con la piazza Maggiore inclinata come oggi appare, nella sua quota altimetrica più alta, ma inclinata, sembra più assomigliare, la mappa del Fonticulano – volendo usare un’ espressione alterata ad affetto, a un gioco della dama o dell’oca con gli spazi aperti e le linee perpendicolare e orizzontali in una sorta di griglia urbana: dalla polis alla città ideale, oppure un dettato per i bambini che inizia dal suo incipit: le prime parole sono su una collina, linea di confine tra due etnie che nulla avevano in comune, le società sabine e vestine e, pertanto, su quella collina tutto ha inizio, lì, un lavoro immane a sbancare la roccia per edificare, “tagliare” i blocchi di calcare che fuoriuscivano dalla terra ( ancora oggi si rinvengono nei fondaci delle case aquilane) – una collina, questa, linea di separazione politica amministrativa, spartiacque ma che odora di timo e sambuco selvatico, ginestre ed erbe selvatiche, dalle sembianze di un sufflè mal riuscito, con i solchi, le incisioni carsiche, i terrazzamenti e i precipizi sul fiume Aterno, la pietra affiorante da livellare per costruire le case con tanta, tanta acqua sorgiva e, intorno, nella sua Conca divenuta demiurgica e apotropaica delle intercessioni religiose, gli eremiti vestiti di stracci che la osservano crescere e mutare, loro, nelle spelonche della santità riconosciuta, vivono nelle cenge dei contrafforti montuosi. Gli eremiti, la narrazione li racconta, tengono a bada lupi, orsi e fiere fameliche rappresentate metafisicamente nella pittura delle chiese locali, che ostacolano soprattutto il lavoro nelle foreste risorsa per i lunghi inverni: così l’agiografia mitica di questi uomini votati all’espiazione per nome e per conto di una umanità della fine del Duecento afflitta dalla perdizione e dalla ricerca spasmodica della redenzione, mentre, viceversa, i quattro santi protettori della città ( San Massimo Levita, San Equizio, San Pietro Celestino San Bernardino da Siena), colti e raffinati nella loro iconografia dai pregiati vestiari, distinti e distanti, meditativi appaiono così nelle tele che li raffigurano, reggono in mano il brand Aquila, la città, e quasi la offrissero ai fedeli, forse per rassicurali, ma nulla o poco fecero, per proteggerla, anzi. La città nelle loro mani, quindi, rappresentata dai protettori, un mix tra realtà urbana e ideogramma delle forme iconiche, cintata da alte mura e dalla sua architettura civile e religiosa spartita e accordata dai due poteri in lotta che si odiavano e si maledicevano intorno agli anni ’40 del 1200: papa Gregorio IX e Federico II, il primo convinto assertore della superiorità morale e istituzionale del Papato sull’Impero è titolare e intestatario del demanio della futura Aquila, e il secondo che riteneva lo stesso demanio dominio svevo sotto il controllo appunto di Federico II, in una “ chiara prospettiva antifeudale e filo cittadina” come scrive lo storico Raffaelle Colapietra. Poteri, ideologie, conflitti locali rappresaglie tra i due, nel più ampio quadro politico per l’egemonia del Regno meridionale. Ma di Aquila nova, passeranno almeno due decine di anni, se ne occuperà il nuovo imperatore Corrado IV succeduto a Federico II, suo padre. La mediazione tra i due poteri sarà tuttavia quella, nel sistema contado, di sottrarre il predominio dei Signori feudali: questo una sorta di “editto”. Divenuti irrilevanti e da cassare , i cosiddetti Castelli leggendari ( una settantina – afferma ancora Colapietra – e non novantanove come nella retorica cabalistica insensata e folcloristica di cui molti in città si inorgogliscono e si cibano), cioè il potere anche di maltrattamento e sopraffazione dei baroni sulle comunità sottomesse per i propri profitti – possiamo solo immaginarlo ma non sbaglieremmo se pensassimo le famiglie schiave e senza diritti che governavano – : ecco, perché, fu costruita la città, per assestare il colpo definitivo e spostare in una solo fiscalità la nascente Aquila in cambio dell’indipendenza e della emancipazione, la sovranità conquistata delle piccole comunità riunite in precedenza intorno ai castelli, e non più frammentata in decine e decine di borghi. Un asset di un ideogramma proiettato di mappe topografiche andate perse, e vincente che si pone in essere: la libertà non più misurabile, e raggiunta, di intere generazioni di uomini e donne, nel fosco medioevo degli Abruzzi interno era giunto: il momento di migrare nella Città Nova, liberi di insediarsi nella città territorio. Uomini e donne appunto non più sottoposti ai diritti feudali e dal loro arbitrio, da cui provenivano, sottratti e finalmente liberi dal dominio come detto dei numerosi “Castelli” e dai signori del contado, e dalle loro sopraffazioni, angherie, predomini, vessazioni e soprusi, e quindi fu concessa a enormi schiere di uomini e donne la “libertà” di andare… così il cantore epico medioevale Buccio di Ranallo in lingua volgare narra, e lo ripete come un mantra, la “libertà dei villani..” : “Per non esser vassalli cercarono la libertade. Et a non volee signore set non la magestade”. La sostituzione della vecchia società feudale. Uomini e donne dai nuovi diritti quindi, associativi e forniti di parola per le sfide che li attendevano e nelle decisioni che avrebbe preso, sì loro, impensabile! Dal luogo di provenienza, al di fuori delle mura dei recinti fortificati trapezoidale sui rilievi delle montagne, oppure le fortificazioni a geometria variabile a seconda dell’inclinazione del suolo, torri di avvistamento delle alture, e dalle stamberghe in definitiva che si lasciavano alle loro spalle, portando con sé nella città di Aquila le insegne identitarie, i propri simboli, l’appartenenza religiosa e il nome dei luoghi ( rintracciabile nella toponomastica dei quadranti della città e la loro perimetrazione, ancora oggi ) in quell’idea delle nuove relazioni diffuse, il viaggio finalmente delle merci libere, gli scambi e il baratto, le capacità artigiane offerte, le attività associative, le forme dialettali, l’economia agraria, l’allevamento e i prodotti della pastorizia e la cultura paesaggistica acquisita dello zafferano per esempio ( ancora oggi lo zafferano si coltiva dentro le mura dell’Aquila, a ridosso delle stesse),i costumi e le usanze, i riti e le pratiche quotidiane che si diversificavano da luoghi e luoghi, sono riunite in una “assemblea” partecipativa. La cultura materiale del paesaggio entrava in città, le botteghe artigiane e i magazzini scavati sotto le case per stivare i prodotti, l’urbanistica delle case a schiera, la “buona pietra” nell’edilizia civile per costruire (l’apparecchio aquilano), le alleanze tra famiglie, i matrimoni e le unioni, gli incontri pubblici e la convivenza con altre realtà territoriali di provenienza ma dentro la città, che non avrebbero mai immaginato che potessero esistere nella Conca aquilana, a poche decine di miglia tra loro. Le terre da coltivare e l’allevamento nell’economia diffusa del profitto individuale libero, il commercio e i mercati aperti: il nuovo volto di Aquila delle case costruite ex novo, cortili e piazze, il “palazzo”, le chiese, i “locali”, agglomerati urbani dei “fuochi” di appartenenza delle famiglie, prendevano corpo nelle modalità e nel “modo di costruire” parametrato alle larghezza, lunghezza e altezza con una unità di misura denominata delle “canne”, impensabile, prima di Aquila, che inizia a prendere lentamente forma urbana nel suo nucleo iniziale con intorno orti e terre, e la normativa degli “Statuti” infine. Le micro-frontiere del contado, quindi, che si ritenevano immortali, erano state frantumate, dissolte. Certo, la città di Aquila alla fine del 1300, è libertà, ma la stessa entra in un’orbita di controllo sociale, unificatrice nel complesso fuso e riunito del sistema fiscale con le tassazioni, interlocutrice in definitiva diretta Aquila, ed unica, del sovrano, che associa la stessa Aquila la politica militare e l’ordine sociale con l’ascesa della borghesia commerciale, l’aristocrazia, mercanti e artigiani. Armata e difesa, questo il suo lascito, sospettosa, questo in definitiva non può essere che il suo DNA, con alte mura materiali e psicologiche potremmo dire, torri rompi tratta e porte di accesso che si aprono e si spalancano fuori le mura nella città – territorio, con il dedalo di strade stette che cercano dai “locali” la “Piazza Grande”, baricentro della città centro di gravità emotiva e sociale del mercato dove la comunità si riconosce e si racconta, piazza d’armi e piazza per uso religioso ma anche delle decapitazioni. Vocazionale la piazza della parola che lì si poteva spendere, e oggi, la piazza, tanto desiderata nella sua lunga storiografia, quanto violata e umiliata da un sopruso indicibile come non mai nella storia della stessa città dell’Aquila, in quella operazione di addizionare un manufatto (che sembra un sifone poggiato lì da qualche entità aliene) nell’estremità della piazza. Bisognerà aspettare purtroppo, e sì che verrà rimosso, poiché il tempo e la storia recente non sono inamovibili, bisognerà aspettare, per rimuoverlo, ma ciò avverrà, per riconsegnare e restituire Piazza Duomo al suo originario significato, e al suo destino… per riannodare quel pensiero e le gesta dei nostri antenati che non sono trascorsi invano…
Le fotografie.Palermo.
Le immagini delle tombe reali nella Cattedrale di Palermo. Federico II di Svevia, la sua tomba, si trova nella Cappella delle tombe Reali, all’interno di un sarcofago di granito rosso, in una iconografia islamica, bizantina e classica con figure di leoni. A conferma della locuzione latina di “Stupor Mundi”. Figura di spicco, apicale del Medioevo, illuminato, poliglotta (sei lingue) e mecenate delle arti e scienze. Federico II, con lo studio della filosofia, la matematica, la medicina e le scienze naturali, oltre al trattato sulla falconeria, promosse la produzione della cultura diffusa tra Occidente e Oriente (l’unità tra cristiani, ebrei e musulmani. Sovrano ecclettico (autoritario e crudele condottiero), illuminato, anticipatore del Rinascimento. La sua figura lega il suo nome, come anticipatore e promotore, alla nascita della citta nova di Aquila. Il sarcofago è sorretto da quattro leoni e presenta sul coperchio tre medaglioni scolpiti: nel tondo centrale del lato destro si trova il Cristo Pantocratore, a sinistra la Vergine con il Bambino, e ai lati i simboli dei quattro Evangelisti. Federico II venne inumato nella Cattedrale di Palermo il 25 febbraio 1251, due mesi dopo la sua morte, avvenuta in Puglia, a Castelfiorentino.














































