Testo e fotografia Vincenzo Battista.

La foresta attira e respinge, poiché l’uomo prova a connettersi con essa,
e, inizialmente, viene percepita come un sogno che a volte si trasforma in incubo per la bestia feroce che lì vive pronta a colpire, secondo l’immaginario collettivo delle paure diffuse: é l’archetipo, l’inconscio e le tenebre celate della nostra mente. La foresta quindi, oscura e buia eternamente notturna anche con il sole alto, smarrita prima e rintracciata poi nella memoria, simbolo di un’epopea che non riusciamo a datare, di fascino nella diversità, così imponente, che ci sovrasta e inquieta, tanto siamo disarmati e indifesi nelle nostre paure ancestrali. Foresta e forestiero dal latino “foris” che significa fuori: la diversità, l’oltre, e starne lontano nel pregiudizio. Il precipizio della ragione abdicata agli istinti primitivi, puri, poiché la foresta è stata scansata e allontanata dalle consuetudini. E per questa ragione San Francesco d’Assisi ne spezza il paradigma: vive nella foresta, si cura nella foresta, elabora il suo pensiero fuori dal mondo per poi rientrarvi, si “ciba” della foresta in una nuova elaborazione della spiritualità con il corpo sdraiato e appoggiato ad un albero. La foresta è un immutabile tempo di crescita e decadenza, ripresa, i cicli biologici della sua vita dettano le regole, i calendari, la temporalità delle forme che all’interno di essa vivono. E queste, in una alchimia, cosiddette ” forme” indefinite, che abbiamo anche inventato nella foresta incantata, leggendaria, popolata da esseri soprannaturali: dagli elfi, agli gnomi, folletti, fate, mazzamurelli, pantasime e tanti altri, compresi divinità, spiriti, demoni e creature appunto mitiche: culture e tradizioni ma tutte riunite, per depotenziare la foresta, di cui, nella nostra mente, non ne abbiamo affatto bisogno…