Testo e fotografia Vincenzo Battista.

Amata dalle studentesse del liceo ” D. Cotugno” dell’Aquila. La sua figura nelle tesi, ricerche, approfondimenti didattici della materia Storia dell’arte.

“Il sonno della ragione genera mostri”, cosi Frida Kahlo, come nella citazione che fa nelle sue acqueforti e acquetinte (grafiche) Francisco Goya (1797), vizi e miserie umane sono scaraventate davanti a noi, ma anche soggetti luttuosi e lugubri dalle forme mostruose che si aggrovigliano con la natura, grotteschi, partoriti chi sa da quali visioni, kafkiane e forse pirandelliane. Frida dai grandi occhi neri sbarrati che osserviamo nei suoi ritratti fotografici, Frida “vede”, riesce a vederle le teste mozzate sopra le piramidi del dio sole degli Atzechi – civiltà precolombiana mesoamericana del Messico centrale (si accumulano e diventano depositi di teschi), nei riti sacerdotali degli sciamani – l’alto clero azteco – rotolano giù quei crani, il cuore della vittima è mostrato alla folla esultante, il corpo scuoiato è indossato dagli stessi officianti il rito. Credenze pagane ed esoteriche, leggende e idoli, il Messico suolo ancestrale dove il mondo si è generato . Vede, lei, i puma balzare nella foresta tropicale messicana, i feti umani, la frutta esotica, la sensualità repressa della sua epoca e sull’uso di figure ibride, le grandi foglie e gli alberi che si intrecciano, il suo dialogo con il sole e la luna. Ancora lei che vuole essere una gazzella, ma è trafitta dalle frecce nella carnalità sacrifico- dolore- piacere, il ventre delle donne squarciato per comprendere gli astri, poi cactus, ragni e gli scorpioni, altari messicani della venerazione con i ceri, scimmie, pappagalli e farfalle regali: ma non è la biodiversità. Frida Kahlo, all’anagrafe Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón (Coyoacán, 6 luglio 1907 – Coyoacán, 13 luglio 1954), pittrice ma molto di più, se fosse vissuta nell’Europa delle Avanguardie storiche avrebbe avuto un ruolo, una sorta di primato aperto a forza nella società maschile delle arti visive del ‘900, si sarebbe fatta largo, sparigliato, attraversandole, le monumentali celebrazioni dei Simbolisti, Futuristi, l’arte della rivoluzione d’ottobre in Russia, la pittura Naif, Surrealisti, Dadaisti e infine Metafisica. Come un Ulisse dentro il cavallo di Troia, avrebbe “saccheggiato” le Avanguardie, proviamo a pensare, anche se lei va oltre come si dichiara, disillusa, distante: “Pensavo che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni” Time Magazine “ Mexican Autobiography”, 27 aprile 1953. Ma i sogni sono lì, inconfessabili, si visualizzano nelle sue opere, Frida metabolizza il suo ambiente antropologico fossile reso onirico e senza mediazioni, senza censure per essere lei una donna così esposta, setaccia l’antico passato e il suo tempo, lacerante, vibrante di femminismo, irriverente e disilluso: questa la sua pittura, che poi cede alla malinconia e alla grazia, alla gradevolezza dei sensi così resi nelle sue pennellate. E quanto Dadaismo c’è nelle sue poesie ( … segmento, anno, latte, zuppiera, raggio, velo, occhio, sangue, madre, vado…) e quanto Futurismo c’è nelle suo abbigliamento ( lei veste, sembra indossare i quadri come Balla che vestiva futurista e De Chirico indossava gli abiti della Metafisica), e quanto Simbolismo nelle sue opere di donna e natura, e in quelle dei Surrealisti con il suo corpo esposto alle peggiori torture, e quanta Metafisica c’è nei suoi scenari pittorici senza umanità, e poi quegli esseri zoomorfi che sembrano presi dai capitelli dell’Arte romanica in Europa. Frida Kahlo, “The Experience”, mostra fotografica a palazzo Belloni, Bologna, ma in definitiva un allestimento su diversi livelli della comunicazione, un “videogame”, un “caleidoscopio”, multimediale sulle fonti documentarie, occhiali in 3d virtuali per guardare e quasi toccare la casa e il giardino di Frida in Messico, effetti sonori, sequenza video e immagini fisse e le immagini in bianco e nero della Kahlo, narrazioni, e soprattutto le ambientazioni che aiutano a comprendere la trascendenza che insegue il carattere, la personalità e gli oggetti di appartenenza, privati, “repertati” di Frida e resi pubblici ai visitatori anche in una sorta di pietas (le sue stampelle e la sedia a rotelle), in ombre cinesi che fanno da sfondo a quella figurina esile della Kahlo. Si sentiva figlia della rivoluzione messicana, indipendente e passionaria (hai mai considerato delle vere libertà? Le sue!), affetta in gioventù da spina bifica. A 18 anni viene investita all’uscita di scuola: 11 fratture, la spina dorsale si spezzò in tre punti, 32 operazioni chirurgiche. Ingessata, riposo forzato a letto. Legge libri sul movimento comunista e la rivoluzione messicana, realizza il suo primo autoritratto dal letto nella lunghissima convalescenza. Diviene attivista del partito comunista messicano, sposa Diego Rivera (pittore e muralista messicano di ideologia comunista) e divorzia nel 1939. Nel 1953, per un’infezione le fu amputata la gamba destra. Morì di embolia polmonare a 47 anni nel 1954. Molto amata dalle ragazze del liceo “D. Cotugno” dell’Aquila, con il rammarico che non è presente nel volume di Storia dell’arte, interlocutoria delle arti visive e di un certo tipo di narrazione sul suo personaggio, e quindi un’occasione perduta per una didattica che dovrebbe riaprire scenari aggiornati contro le obsolete e canoniche storicizzazioni dell’arte. Infine il diario personale, lo iniziò a scrivere nel 1944 fino alla morte: parole e immagini interiorizzate in un monologo compulsivo, tra lei e il mondo che voleva ma non esisteva, una continua ricerca demandata alla pittura che doveva sondare, spingersi in luoghi inesplorati e insoddisfatti con il suo corpo martoriato e segnato dalle malattie come se giacesse in un sepolcro: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”, queste le ultime parole del suo diario.