L’ arcano delle forme primitive nella scultura di Marini.

Testo e fotografia di Vincenzo Battista.

I cavalli nelle pitture parietali di Altamira (35.000 – 25.000 la datazione) con i rossi delle bacche e i neri del carbone, il cavallo di avorio della grotta di Vogelherd, Germania (40.000 anni). Forse lì si ferma e si arresta la profondità della ricerca nella pittura e soprattutto nella scultura dell’artista Marino Marini. Forme di una liturgia plastica della scultura, credenza e resurrezione nelle forme espresse, nelle opere e nelle arti figurative che Marini ferma nel suo tempo, nell’articolarsi dello spazio quasi fosse la Teoria della Relatività. L’arte plastica è la sua eccellenza. Artista, scultore, pittore, incisore italiano (Pistoia 27 gennaio 1901 – Viareggio 6 agosto 1980). La scultura e la pittura entrano in remote e inesplorate materie del passato, la plasticità e l’interiorità delle forme di Marini sembrano essere in divenire, mentre si formano, nella rassegna “Cavalieri e Cavalli a Palazzo”, la selezione di 24 opere (18 sculture e 6 pitture – catalogo in mostra) esposte a Palazzo Boncompagni – Bologna – prestigiosa residenza nobiliare diventata “un’officina culturale”, un incubatoio di visioni e proposte dell’arte contemporanea. La mostra espositiva è promossa dalla Fondazione Marini di Pistoia in collaborazione con il Palazzo Boncompagni. Il luogo. Sito rinascimentale dove visse Papa Gregorio XIII, con le sue quinte manieriste e scenografiche: “Regola delli cinque ordini d’architettura” così in un trattato del tempo dei primi decenni del XVI secolo. Ha scritto un grande critico d’arte “ I rossi dei “Sacchi” di Burri, sono i rossi di Giotto negli indumenti dei  suoi personaggi”, così come “ San Giacomo a cavallo” ( 1939 ), opera di Marini, in gesso e patina bronzo, esposta nel sala del Papa, appunto, nel Palazzo Boncompagni, con il suo viso incerto, (sembra sperduto), cerca il suo divenire, s’interroga ma resta, come anche il cavallo dalle eleganti zampe, in attesa, entrambi, degli eventi. L’uomo che lo cavalca nella sua nudità (archetipo e fossile dell’umanità) dalla malcelata inquietudine e forse dal suo pessimismo, rimbalza, proviamo a pensare, a quel Piero della Francesca, affresco della Cappella Bacci nella Basilica di San Francesco – Arezzo, a quel cavaliere che indugia nella battaglia di Eraclio e Cosroè, quasi atterrito sul da farsi, il volto che dichiara la sua estraneità a quel mondo, che disunisce e precipita con lui, senza speranza, nel vortice della contesa a campo aperto. Le opere esposte di Marini, urla soffocate nel silenzio, le masse composte nelle sue forme in una sorta di non finito, prosciuga e sottrae la scultura così come tradizionalmente la conosciamo, masse che vibrano, s’innalzano le superfici cercano la luce, la materia e la sua gerarchia dall’arte antica ha attraversato il tempo e il Cavaliere è lì davanti a noi, che ci aspetta e attende. La scultura – dissidio, la rottura armonica anche carica di pietas, ma che Marini la fa vivere e l’attualizza, convive in un punto di non ritorno: nulla sarà come prima. Una scultura rarefatta la sua, intangibile, metaforica e letteraria, pertanto, in un allestimento fortemente intimista di riflessioni e di spazi mentali.