Testo di Vincenzo Battista.
Le immagini coordinate sono di Samuel Buccella, Grafic Design, L’Aquila.
Con la voce un po’ incerta ma tutto sommato accettabile, l’amministratore delegato di una importante società giapponese, la Japans Homanoid Robots, ha telefonato alla segreteria della scuola della “Pastorizia estensiva” – sede di Calascio – dove da settembre 2025 si terranno le prime lezioni. “La pastorizia estensiva” – così si legge nel protocollo che vede riuniti una gran quantità di soggetti attuatori e finanziamenti – diventa opportunità di formazione, innovazione e rigenerazione dei territori montani… Ma torniamo alla conversazione telefonica. L’amministratore giapponese, ha chiesto di iscrivere al corso Pastor (in giapponese si scrive e si pronuncia 牧者 Bokusha) spiegando, senza tradire nessuna emozione come nel loro costume, che si tratta di un androide, un robot umanoide con analoghe – più o meno – caratteristiche di essere umano, arti flessibili e intelligenza artificiale, pronto ad interloquire, capace di rispondere a comandi provenienti dall’esterno. Un robot insomma, ma molto, molto vicino a un clone umano che, addirittura, riprogrammato, lo supera, e di molto, e lo vedremo. Convinta che si trattasse di uno scherzo, la signora addetta alla segreteria della scuola “Pastorizia estensiva” ha improvvisamente chiuso la conversazione senza che l’amministratore delegato potesse fornire ulteriori dettagli e motivazioni sulla presenza di Pastor, l’androide di Campo Imperatore, proprio così è stato battezzato in Giappone, anche con un suo logo. Ma, tuttavia, di fronte a questo atteggiamento, Pastor entrerà comunque in “servizio”, per usare un eufemismo, a Campo Imperatore il prossimo 25 luglio, nello stazzo alle pendici di Monte Camicia. Nel software incorporato e nei clip personalizzati, Pastor è una sorta di “Treccani” della Pastorizia del Gran Sasso: dall’età del ferro agli Italici che attraversavano Campo Imperatore, da Columella a Strabone, ai centri storici e agli insediamenti benedettini e cistercensi, da Gregorio IX a Federico II, Alfonso d’Aragona e la città di Aquila costruita anche con i proventi della pastorizia; lo storico Antinori poi Francesco de Marchi; i viaggiatori da Calandrino del Boccaccio a Razzi ed Estella Canziani, dalla transumanza a d’Annunzio, da Colapietra a Clementi e forse qualche libro di Vincenzo Battista, fino a terminare con Benito Mussolini e la sua prigionia nell’albergo di Campo Imperatore: tutti i saperi storici e geografici, lo scibile umano e gli studi geologici fino all’innalzamento della catena del Gran Sasso milioni di anni fa, sono nella sua memoria compressi in migliaia di disegni, grafici, pitture, manoscritti, testi e immagini. Pastor, sappiamo, non beve, non fuma, non dorme, non va al bagno, h 24 è vigile, non si lava ammesso che i pastori tradizionali lo possano fare a Campo Imperatore. Gira tutta la notte intorno allo stazzo di reti con dentro le pecore, emette suoni arcani che esaltano il tempo e lo spazio in una sorta di nenia, legge e i suoi romanzi preferiti sono gli esploratori, con i suoi grandi occhi di una luce spaziale osserva le stelle, poiché proprio di un satellite che passerà da lì a poco a Campo Imperatore si ciba e dialoga. Munge le pecore con le sue dita metalliche in modo delicato, ma dentro il latte non finiscono mosche, insetti e molto altro come in passato, e riscalda il latte a temperature corrette per farlo quagliare con un dito della mano meccanica, e con un altro dito aggiunge il caglio e prepara formaggio e ricotta con le sue cinque dita metalliche di un braccio. Non ha bisogno di “fuscelle” per comprimere il formaggio e dare forma alla caciotta, e con ultrasuoni tiene lontano gli insetti, il formaggio e la ricotta confezionati dalle foglie della prateria. Con un drone poi, si alza alla volta di Calascio in un volo programmato dal suo schermo visivo che tiene sotto controllo sull’avambraccio del corpo, appunto, androide. Ma per lui, l’umanoide Pastor, sono una nullità lo sterco e la fanghiglia dell’accampamento, l’odore insopportabile dello stazzo, il fetore dell’urina delle pecore, le migliaia di mosche che si poggiano sulla sua corazza in carbonio, la pioggia che non dà tregua, che inonda l’accampamento dello stazzo durante la mungitura, il vento e l’acqua che sterzano il volto e non fanno respirare, le bufere e i vestiti fradici fatti di stracci per lui non esistono, non si ripara con l’ombrello Pastor l’androide, oppure non usa le coperte dentro la roulotte infestate di tutto, non ha malattie, non ha la pelle coperta di zecche, semmai qualcuno abbia mai visto un medico a Campo Imperatore curare i pastori tradizionali. Non dorme, non pensa al suo passato, quindi non vive nelle roulotte piene di cimici e pidocchi, e non si prepara il cibo – se mai si possa chiamare così quel cibo dei pastori – alla luce di una torcia come sappiamo nell’oscurità più profonda di Campo Imperatore. Ecco non è un residuo umano del Terzo Mondo sconosciuto a tutti e persino, perché no?, ai sindacati… I chilometri e chilometri durante il pascolo che si percorrono nella tundra di Campo Imperatore sono una nullità per lui, non raccoglie verdure per poi mangiarle con un tozzo di pane raffermo in un brodo improbabile, le vipere non gli fanno paura, non deve rincorrere e ricomporre la mandria e guidarla e contare le pecore al rientro nei recinti: è sufficiente premere sul suo braccio un tasto per resettare il gregge. I cani da guardia abruzzesi non ci sono, non servono a Pastor per riunire i capi ovini compresi i cani paratori. Lui è anche un cane pastore che come un transfer robot cambia le sembianze e galoppa, si trasforma, parla poi mille lingue compresi i dialetti dei pastori Lapponi, non è come certi pastori scaraventati a Campo Imperatore che non riescono a dire persino una parola in italiano e sembrano usciti dal neolitico. Non ha stipendio il robot, non chiede, non ha famiglia da campare magari a centinaia di chilometri, ma guarda questo mondo e se lo guarda Pastor, secolare immutato altopiano fatto di tutto e di niente, speriamo che prima poi esca dal suo tecnicismo mediatico e robotico e ci parli, si ci parli, umanizzato, alla maniera di Pasolini sulla condizione delle povertà: aspettiamo. Con il satellite, in continuo dialogo, l’umanoide Pastor porta il gregge nelle alture dove l’erba è migliore, conosce, ma veramente, le condizioni e le previsioni climatiche, cura le pecore, gli somministra i salassi con lo sguardo, con uno scanner vede le malattie degli animali e provvede. Ma poi, da non crederci, chiama le pecore per nome ispirandosi alla calotta stellare e alle costellazioni del cielo, e queste subito gli vanno incontro. E quando arrivano i lupi è uno spettacolo. Si riuniscono davanti a Pastor, si acquattano, lo annusano e comprendono, parlano con i gesti corrisposti, con le movenze e soprattutto non sbranano le pecore: ecco non sbranano, lo stazzo diventato un luogo franco. Sarà forse che abbiamo trovato in Pastor un punto debole: l’androide si è umanizzato a sua insaputa, ha letto e messo in pratica i Fioretti di San Francesco d’Assisi. E poi, infine, se mai volessero, gli organizzatori e i promotori della Scuola di alta formazione della pastorizia estensiva, da una terrazza dei Parioli sorseggiando un drink, potranno mettersi in contatto con Pastor, per contemplare il loro nuovo cosiddetto “pittoresco, e la rigenerazione dei territori montani…”.


















