Testo e fotografia Vincenzo Battista.

San Martino, intorno a lui le fiere autunnali, i contratti agricoli stipulati, nelle dispense contadine si stivano i prodotti prima dell’inverno, poi gli ultimi lavori nei campi prima del riposo, poiché questi giorni erano la forchetta temporale a ridosso dell’estate di San Martino, così chiamata, un brand di durata limitata per il mondo rurale, con l’almanacco contadino delle arti e mestieri che si iscriveva anche nelle corporazioni della città di Aquila, e soprattutto il calendario Bominacese affrescato con le figure cortesi dei mesi e il raccolto dei campi nell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco. Il Santo, ma prima un milite romano, è davanti alla pietas di un povero infreddolito – così la sua vita epica – non esita, taglia in due il suo mantello ed è leggenda: il mito della povertà riscattata, senza tempo, i narrati prima orali diventano poi scrittura, ma il povero comunque tornerà a fare il povero… La forchetta temporale sta per chiudersi adesso, dopo l’11 novembre appena trascorso, un frammento d’estate d’incanto incastrato nell’autunno, la natura beneficia il contado, una tregua, un passaggio, ma bisognava fare in fretta nei campi agricoli dall’aria mite, cielo terso, ce lo dice San Martino, appunto, che modifica la natura e le sue cose terrene, con la sua performance stupefacente per il mondo romano, ma lui è, comunque, una icona bizantina, lo troviamo così in particolare nell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco, nella pittura bizantina degli affreschi della seconda metà del XIII secolo. La pittura diviene un marchio, il know – how, saper fare e tanto basta per le sceniche rappresentazioni e personaggi dipinti, così inteso dalle maestranze al lavoro sui palchi di legno rialzati posti nell’oratorio che affrescano per mesi e mesi di lavoro. I volti di San Martino e il povero sono analoghi tendenzialmente, non c’è pathos, espressività, una pittura che cerca tuttavia la liturgia cristiana – la vuole rappresentare e basta -, la sola efficace per le genti. Il taglio pittorico degli affreschi è subordinato alla Dottrina delle fede. La pittura informa, bisognerà aspettare Giotto perché lui compia la “rivoluzione” espressiva dei volti, ma adesso è ciclica, seriale, “consumistica”, pragmatica riproduttiva dei canoni bizantini diffusi, non c’è profondità nelle rappresentazioni, sfumature, ombre e luce che si rincorrono, i colori sono piatti ed essenziali, le tonalità ridotte a una gamma ristretta di colori, le campiture geometriche. Certo, San Martino è personaggio a cavallo, fronteggia il povero che afferra con le braccia il mantello plasticamente, ridotto di dimensioni poiché subalterno al santo, i personaggi comunque si guardano, la lunga spada di San Martino è in atto di tagliare il mantello e, tuttavia, la pittura ci segnala che si marcano le distanze, chiamiamole così per usare un eufemismo, sì le distanze tra i due personaggi resi iconici. Infine, il destriero bianco, imponente simbolo cavalleresco e di prestigio nel Medioevo, archetipo, sembra prendersi importanza nella scena del riquadro, sublime il cavallo, portatore di sfide, trascende la pittura e la veicola, e non fa altro che far sognare i mortali contadini del contado e di Momenaco… che “ascoltano”, e non possono “osservare” non gli è consentito, la messa nell’edifico religioso…Martino di Tours (in latino Martinus; Sabaria, 316 circa – Candes, 8 novembre 397) è stato un vescovo e militare romano di origine pannona del IV secolo.