HomeLegacyIn Cammino ⇒ Biografia dell'ultimo puparo, gennaio 2001

Biografia dell'ultimo puparo

Estratto dal volume "La via dei Carrettieri" di Vincenzo Battista.

English Version

Introduzione

Angelo Santilli nasce il 14 ottobre 1911 a Castelvecchio Subequo, figlio di Elia Santilli e Caterina Salutari, che lavoravano come commercianti. A 14 anni iniziò a lavorare nella segheria a Molina Aterno, e due anni dopo fu apprendista nella bottega di Mastro Genuino, Castelvecchio Subequo. Poi lavorò come raccoglitore di erbe medicinali, puparo, luparo, pescatore, taglialegna, fabbricante di fuochi d'artificio, falegname, guaritore con le erbe locali del Sirente. Emigrato in Africa nel 1936, fu operaio militare in un'officina meccanica, e tornò in Italia nel 1938. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale lavorò nella costruzione di tunnel a Roma per un anno. Viaggiò sui treni in carri bestiame per scortare le spedizioni di farina e patate. Nel 1951 si trasferì in Australia dove lavorò per 18 mesi come falegname costruendo case di legno. Ritornato dall'Australia, riprese il lavoro di falegname alla segheria.


L'intervista

Quando ero giovane, andavo alla macchia, al Guado dell'Orso (Monte Urano) a fare la legna. Avevo allora dodici anni; sono nato a Castelvecchio Subequo, nel 1911. Andavo a raccogliere le ghiande sotto le querce, se le mangiavano i maiali. C'erano le stradelle, le mulattiere. Ora si sono ricoperte perché non si taglia più l'erba dei sentieri. Invece nei boschi del Sirente non si andava perché si recavano solo i residenti di Gagliano; prendevi solo la legna secca. Facevi un biglietto ai contrattori che avevano preso il bosco per l'assegna civica: la legna piccola la usavano i carbonai e l'altra la potevi prendere pagando un contrattore. Facevi una salma per l'asino e la notte viaggiavi per portarla a destinazione. Quando andavamo a fare le ceppe partivamo la notte e il giorno dopo stavamo a Castelvecchio, a mezzogiorno. Quella legna era per la famiglia, per l'uso domestico.

Si zappava la terra come gli schiavi. Si metteva il granoturco, la terra non era la nostra. Noi tenevamo le vacche, i cavalli; ma le famiglie più povere dovevano zappare la terra con il bidente per mettere solo il granoturco. La metà al proprietario e l'altra al contadino. L'anno dopo, quando si mieteva, il grano se lo prendeva il padrone. Nel mese di agosto appena mietuto, si ricominciava a rompere la terra col bidente, a "stoppare". C'era miseria forte. Da Secinaro mandavano le donne con la legna e l'asino a vendere quattro fascine. Gli uomini andavano a zappare. Le terre erano di Valerio, Don Ciccio, Pirro. In Australia sono stato due anni e mezzo; sono partito quando avevo 49 anni.

Sono stato anche in Africa come operaio militarizzato nel 1936. Ho fatto anche la guerra. I contadini andavano "a giornata", a zappare la vigna, a sarchiare. Erano famiglie povere. Si andava a prendere un quarto di carne e si "segnava" al quaderno del negoziante. Quando si poteva chiamare la manodopera per mietere, i macellai prendevano i contadini a scontare le giornate, cioè il debito che avevano fatto. La carne si prendeva per un'invernata, poi si chiamava il contadino a zappare; si cercava di fargli scontare il debito. Chi aveva le pecore se la passava meglio. C'era uno che aveva molti figli; noi gli affidavamo la morra e mio padre gli pagava la giornata. Erano poveri non avevano casa, dormivano in una grotta. Nel 1915, dopo il terremoto, furono costruite le baracche perché i centri storici erano stati distrutti e in una stanza ci vivevano anche sette persone.

Due giorni prima di iniziare un lavoro, si andava in piazza, si trovavano gli uomini per lavorare in campagna a giornata, a sarchiare il granturco e le patate. In buona parte si seminavano il granturco e patate. Il granturco si coltivava più del grano perché non avevi molta terra. I campi erano dei padroni e allora si metteva il granturco che andava sempre diviso con il proprietario. Il grano, i padroni lo producevano per loro, sui propri terreni. I contadini coltivavano il grano solo per i proprietari, non potevano fare a metà come invece per il granturco. Con il granturco si faceva la polenta, il "parrozzo", che ha il sapore di quando "crepa la terra nel mese di agosto". Quello si mangiavano i contadini. Poi si faceva la pizza, sempre di granoturco, sotto il coppo del camino. Si usavano le piante del granturco per cuocere le patate e la gente andava a raccogliere i "torzi" per il fuoco del camino. Di fuoco ce ne stava poco.

Se i proprietari che ti avevano affittato le terre ti compravano le pecore "alla porta", quando si tosavano gli dovevi vendere gli agnelli. Se pioveva i proprietari ti impedivano di andare nei terreni perché si rovinavano, "si ammalava la terra"; ti facevano fare i servizi precisi come gli schiavi. La terra si ammalava. Quando la terra è secca e fa un acquazzone, se tu vai a zappare, la terra fa i "chetigli", cioè si "sgarra", escono i "restupponni"; quando è così nemmeno le pecore possono andarci. Si chiama "la verde e secca", la terra si attacca alle scarpe, quella sotto è secca.



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